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ALFIERI/ Si può sfidare il potere senza avere un padre?

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Ogni potere ricerca l'omologazione dei propri sudditi, il tacere della loro umanità, l'acconsentimento al proprio dettato, fino alla creazione della massa indistinta, senza volto. È forse, anche, per questo che non è più rintracciabile nel teatro la presenza del coro: l'individuo è solo, rinchiuso nella propria tragedia, e cosciente di essa. A differenza della massa, i cui esponenti hanno taciuto, nel tempo, sé stessi. E l'Alfieri rappresenta questa dimenticanza della propria immagine all'inizio del secondo atto, nel momento in cui Filippo si serve di un suo consigliere, Gomez, per svelare l'amore di Isabella per Carlo:

FIL. Gomez, qual cosa sovra ogni altra al mondo
      In pregio hai tu?
GOM. La grazia tua.
IL. Qual mezzo
      Stimi a serbarla?…
GOM. Il mezzo ond'io la ottenni:
      obbedirti, e tacermi.
FIL. Oggi tu dunque
      Far l'uno e l'altro dèi.

Così Carlo viene accusato dal sovrano di aver cospirato contro di lui, e di aver tramato a favore dei popoli oppressi. E, nel seguente dialogo tra sovrano e suddito (relazione che sostituisce l'antica e sepolta tra padre e figlio), Filippo gli rimprovera il tradimento. Ed ecco, a questo punto, il senso della ribellione al potere, ovvero ciò che ogni potere non può permettere: la pietà. 

"In cor pietade io sento / de' lor mali: nol niego: e tu, vorresti / ch'io, di Filippo figlio, alma volgare / avessi, o cruda, o vile? In me la speme / di riaprirti alla pietade il core, / col dirti intero il ver, forse oggi troppo / ardita fu: ma come offendo io 'l padre, / nel reputarlo di pietà capace?". 

È la pietà, infatti, che intacca e minaccia il circuito del potere, la sua cecità. Ciò che non può essere accettato è proprio quella vicinanza ai mali e alle sofferenze dei popoli sottomessi: servirebbe un padre. Il volto che poteva assumere il potere e che, invece, ha scelto di non essere. Costringendo il figlio-suddito Carlo all'unica azione libera possibile: il suicidio. Seguito dall'Isabella.