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ALFIERI/ Si può sfidare il potere senza avere un padre?

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"Desio, timor, dubbia ed iniqua speme, / fuor del mio petto omai".

È l'inizio della prima tragedia alfieriana, il Filippo (1775-1776, ma poi ricorretto negli anni seguenti), escludendo l'Antonio e Cleopatra, rifiutata dallo stesso autore. La prima battuta, la venuta alla voce della regina Isabella, moglie di Filippo II, re di Spagna, e matrigna di Carlo, porta con sé già tutto l'abisso e il vuoto cui i due innamorati sono costretti. Non vi è possibilità di contatto tra il desiderio e il corpo: fuori dal petto deve essere reclusa la speranza, in una lontananza non raggiungibile, certo, in questo tempo. 

"Fuor del mio petto", ovvero distante dalla carne, dal corpo, dalla vita. È così che, poi, il teatro incarna nell'attrice-Isabella il dolore che ogni uomo è chiamato a scontare, non fosse altro che per la propria sottomissione al fuggire del tempo: quel corpo, buttato lì, sul palcoscenico, la cui carne grida la propria ferita, la propria divisione dal desiderio, poiché "in bando è posta / da ispana reggia ogni letizia". Quella letizia che sorge dalla vicinanza al proprio desiderio, dal contatto con la propria speranza, è resa impossibile da Filippo, sovrano e padre. 

Ed è proprio nel rapporto tra potere e paternità che l'Alfieri colloca la propria tragedia. Nel monologo, ancora, iniziale l'Isabella, preoccupata che qualcuno possa leggerle nel volto il proprio amore per il figliastro, infine prorompe nella verità, quasi accettata: "Misera me! Sollievo a me non resta / altro che il pianto; ed il pianto è delitto". È delitto ogni forma che non corrisponda al volere della tirannide, così che l'obbedienza al potere diviene, lentamente, la figura e la struttura del soggetto-suddito. È il tentativo di ogni potere, in ogni tempo. La lotta per la conquista della propria libertà coincide, così, con la ribellione contro il potere, con l'evasione da quello stato di cieca e disumana obbedienza. È il cuore, questo, della tragedia alfieriana, al punto che la stessa scelta del genere tragico corrisponde, in lui, con l'acquisto di una forma tipica di scontro, di ribellione. 

Nel primo atto, i due si incontrano e, al termine del dialogo, Isabella suggerisce a Carlo di perdere le sue tracce, e di estirpare dal proprio cuore il suo amore per lei: "(…) ma de' passi miei / perdi la traccia; e fa, ch'io più non t'oda, / mai più. Del fallo è testimon finora / soltanto il ciel; si asconda al mondo intero, / a noi si asconda; e dal tuo cor ne svelli / fin da radice il sovvenir… se il puoi". Se è possibile strappare l'origine dei propri affetti, dei propri desideri, delle proprie aspirazioni… 



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