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LETTURE/ Diderot, una lettera all'amata tradisce 25 anni di ateismo

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Louis-Michel van Loo, Diderot (1767) (Immagine d'archivio)  Louis-Michel van Loo, Diderot (1767) (Immagine d'archivio)

Qui egli è forse l'erede diretto di quel pensiero libertino che aspira ad una universalità di giudizi fondata sulla ragione, ma di carattere essenzialmente critico e come conseguenza della coscienza che ciascuno deve avere dell'impossibilità di dare a qualsiasi questione una risposta di valore assoluto.

Questa dichiarazione non risulta pienamente comprensibile se non ci si riallaccia in qualche modo a quanto avveniva nemmeno un centinaio di anni prima nella Francia del pensiero libertino. Arnauld così descrive la situazione: "Non c'è mai stato un numero così grande di empi che lavorano a scalzare, per lo meno nei cuori e nelle intelligenze, la religione cristiana per introdurne una a loro modo, la quale non consiste nel migliore dei casi che nel riconoscere un primo autore dell'universo e nel vivere secondo la pura natura, senza preoccuparsi di tutto il resto, se non nella misura in cui vi si è obbligati per non turbare l'ordine pubblico".

La conoscenza di altri popoli e altri modi di esprimere la relazione dell'uomo col divino avevano portato in quel periodo, successivo alle grandi scoperte geografiche, ad un ripensamento in primis del fatto morale: i primitivi dimostravano una condotta improntata ad un equilibrio ed a una "serenità" che non derivava certamente da dogmi religiosi, ma piuttosto da un "innato senso di bontà". È inoltre allora che comincia a porsi insistentemente il problema di quanto una società in cui pare contare sempre più la forza e l'astuzia, possa essere fondata sui precetti evangelici di umiltà, mansuetudine, sincerità. E non sembra essere proprio un'applicazione di questa preoccupazione venata di sconforto, la casuistica applicata dai Gesuiti?

Se Diderot rigetterà, dunque, qualunque avallo al meccanicismo cartesiano, su cui confluirà molto pensiero libertino dopo il 1660, l'Encyclopédie, alla cui redazione e compilazione dedicherà venticinque anni consecutivi della sua vita, dal 1751 al 1772, sarà egualmente netta espressione dell'assunto libertino per cui la religione si colloca sullo stesso piano di ogni altro mezzo che serva per il mantenimento dell'ordine pubblico.

Quest'opera "immensa ed immortale" che è l'Encyclopédie, come la descriverà Voltaire, sarà strumento eletto per l'imporsi di un'altra religione, totalmente delegittimante quella tradizionale, e del cui frutto noi oggi siamo espressione evidente.

L'opera, certamente innovativa per l'apporto "scientifico", basta pensare come l'Agricoltura dalle 32 linee che occupava nell'opera ispiratrice inglese di Chambers alle 14 colonne nell'articolo di Diderot, riunendo processi di fabbricazione, invenzioni e segreti di laboratorio qui come nelle altre svariate descrizioni di "arti meccaniche", non manca però, sotto l'urgenza, e al ritmo di battaglie quotidiane tra i centocinquanta compilatori nonché con la censura, anche di qualche articolo  che vide la luce in maniera per così dire, improvvisata.



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