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LETTURE/ Berlusconi? Un "giacobino" andato a male

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Silvio Berlusconi (Infophoto)  Silvio Berlusconi (Infophoto)

Rifacendosi al filosofo liberale inglese Michael Oakeshott, Orsina ne ripropone, quale chiave interpretativa, la dicotomia tra politica della fede e politica dello scetticismo

La politica della fede ritiene che la politica debba essere al servizio della perfezione dell'umanità e che il potere si debba espandere nella società e non debba essere limitato dai formalismi istituzionali. Insomma: la politica è l'attività più nobile e più alta e i politici sono perciò servi, leader, salvatori della società. La politica dello scetticismo non persegue la perfezione, non crede che il governo sia di per sé buono; è solo necessario per impedire la degenerazione delle interazioni umane. Perciò il potere politico va limitato, i politici sono fatti della stessa pasta degli altri uomini. 

L'età contemporanea, secondo Oakeshott, è stata caratterizzata dalla politica della fede. E questo è valso, a maggior ragione, nel processo di unificazione dell'Italia, nel quale il tasso di giacobinismo delle classi dirigenti liberali si è elevato, soprattutto quando i piemontesi hanno incorporato il sud borbonico. Al pensiero del filosofo politico inglese, Orsina collega quello di Karl Popper, là dove critica Platone. Alla radice della filosofia politica platonica sta la domanda: "chi deve governare?". Una volta identificata l'élite giusta, ne viene postulata immediatamente l'inamovibilità. Secondo Popper la domanda corretta è invece: "Come possiamo organizzare le istituzioni politiche, in modo da impedire che i governanti cattivi e incompetenti facciano troppo danno?". 

Ora, la storia politica italiana è una storia platonica. Il che ha avuto almeno due effetti: in Italia nessuna classe politica è stata sostituita pacificamente: non quella liberale, non quella fascista, non quella repubblicana. L'altro effetto è che la politica italiana è strutturalmente oligarchica, incapace di colmare lo iato tra élite e popolo, per sanare il quale si candida al potere, in contrapposizione con la classe precedente. Ed è questo il paradosso del giacobinismo d'importazione: l'élite si autopercepisce come virtuosa e perciò inamovibile, che impone dall'alto le scelte al Paese. 

Ma con ciò, invece di ridurre lo iato, lo allarga, finché non insorga un'altra élite che rovesci traumaticamente quella precedente. Anche perché, nonostante l'illusione di autoseparazione dagli interessi sociali "sporchi" del Paese, alla fine avviene una colonizzazione reciproca. L'esito nella storia italiana è stato quello della "privatizzazione monopolistica dello spazio pubblico" da parte dell'élite platonica spesso mutatasi in "privatizzazione pluralistica (ma viziosa) del pubblico da parte degli interessi sociali" che sono riusciti a contrattare con il pubblico. 

Insomma: "un giacobinismo andato a male", che non ha ancora risolto il problema dell'arretratezza socio-economica e ideologico-culturale dell'Italia. 



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