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LEWIS/ Un figlio dell'Irlanda che ci fa vedere al di là dei sogni

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Clive Staples Lewis (1898-1963) (Immagine d'archivio)  Clive Staples Lewis (1898-1963) (Immagine d'archivio)

Cinquant'anni fa, alla sua morte, Tolkien lo ricordò come un grande uomo, e commentò i freddi necrologi ufficiali dicendo che erano rimasti alla superficie, rasentando l'ingiustizia. Nessuno meglio di Tolkien tra gli amici aveva potuto apprezzare le sue qualità e le sue stranezze. Un uomo generoso e impulsivo, in cui era sempre rimasto un po' dello spirito della sua terra natale, l'Irlanda. 

In tutti i suoi libri, dalle Cronache di Narnia alla trilogia di fantascienza, nei saggi filosofici come in altri romanzi, Lewis cercò di raccontare l'incontro che un giorno − proprio grazie all'amico Tolkien − aveva fatto con la Verità. Erano entrambi due giovani docenti di Oxford innamorati dei miti antichi, ma mentre per l'ateo Lewis questa era solo una passione estetica, per il cattolico Tolkien il Mithos è la domanda, una domanda che ha una risposta, che è il Logos, il significato di tutto che è diventato un fatto. "A Myth became fact", scrisse Lewis dopo la sua riluttante conversione. Ogni opera di Lewis divenne così espressione di questa dinamica: ricerca, incontro, testimonianza. Il tutto esplicitato attraverso il linguaggio affascinante del simbolo. Sono simbolici i grandi temi, come quello del Viaggio, della Ricerca, e i personaggi, gli eroi piccoli e umili (gli hobbit in Tolkien, i bambini in Lewis), il Re di giustizia Aragorn in Tolkien, e il Leone Aslan di Narnia, che, come nella letteratura medievale, rappresenta Cristo e guida i quattro fratelli nella loro lotta contro il Male.

Per Lewis noi siamo specchi, che possono riflettere la bellezza, la gioia e la gloria e mostrarla ad altre persone, magari inconsapevolmente.

Un grande inglese, il cardinale Newman, volle questa iscrizione sulla sua tomba, all'Oratorio di Birmingham, che era stato frequentato anche da Tolkien: Ex umbris et imaginibus in veritatem. Entriamo nella Verità attraverso ombre e immagini, ombre che possono essere i miti, le favole, le leggende che Lewis ha donato ai bambini e a tutti coloro che possiedono un cuore semplice e aperto, e immagini che sono il riflesso del Vero. Lewis ha restituito il gusto e il piacere della ricerca della verità, ma anche la gioia del sogno, che è tutt'altro che una fuga dalla realtà: "sapere di stare sognando già significa non essere più addormentati", disse.

Nel linguaggio di Narnia il nostro mondo è chiamato "la Terra delle ombre". La vita vera, la luce piena, è al di là dei sogni e degli specchi.


Lewis aveva compreso che fra i cristiani, e in fondo ciò vale per tutti gli essere umani, sono molte di più le cose in comune che quelle che ci dividono. Occorreva aumentare le relazioni, le occasioni di incontro, sentire l'incontro con chi è diverso come un arricchimento. Occorreva costruire ponti.



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