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KENNEDY/ Teodori: il presidente (in parte) fallì, il "cattolico" no

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John Fitzgerald Kennedy (1917-1963) (arte.it)  John Fitzgerald Kennedy (1917-1963) (arte.it)

No, fu soprattutto il suo successore Lyndon Johnson a portare la battaglia integrazionista a compimento. In principio la svolta va fatta risalire al 1954, quando una storica sentenza della Corte suprema abolì teoricamente la segregazione nelle scuole, anche se in pratica l'azione decisiva fu svolta anni dopo dal movimento integrazionista nero (e bianco) facente capo a Martin Luther King. La presidenza Kennedy prese atto, specialmente ad opera del ministro della Giustizia Robert Kennedy, di quello che stava accadendo alla base sociale negli Stati del Sud, e cercò, se pure tiepidamente, di legittimare il movimento a Washington con la proposizione del Civil rights act. Dal punto di visto storico la campagna integrazionista fu un altro momento "incompiuto" della presidenza Kennedy.

Molti tendono a ridimensionare anche la sua politica estera. Lei che ne pensa?
Qui sarei più cauto. Nel confronto col blocco sovietico, Kennedy è stato un presidente che ha tenuto ferma la posizione anticomunista − si parla di cold warrior − cercando tuttavia di declinare il confronto tra i blocchi in maniera meno muscolare di quello che avrebbero voluti i "falchi" dell'epoca. Il punto importante in politica estera si ebbe quando, in occasione della crisi dei missili sovietici a Cuba, Kennedy bloccò l'escalation militare che avrebbe potuto portare alla guerra nucleare. Avere evitato la catastrofe, anche contro i suoi apparati militari e di intelligence, è sicuramente il maggiore merito di quei mille giorni kennediani.

(Federico Ferraù)



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