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KAFKA/ Il Tribunale vuole dominarci, dov'è il Dio che ci salva?

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Il paradosso non sta quindi nella pena, ma nel processo stesso: nella presunta Legge che ad esso presiede. È significativo, infatti, che il vero e più grande cruccio di K. stia non nel non aver saputo evitare la sentenza, ma nel non aver appreso in cosa consista la Legge che lo condanna: se la realtà è tale (e per questo differisce dal sogno) sulla base del suo essere regolata da una legge, proprio sulla base di quella legge si potranno distinguere il bene e il male, e l'uomo potrà sapere il significato dei propri atti. Tanto l'uomo di Kafka è incapace di essere legiferatore di se stesso e porre in sé la propria unità di misura, tanto più la Legge gli appare come qualcosa di dato, di esterno: senza di essa l'uomo non ha criterio per giudicarsi, per valutare i propri gesti, e – in ultima istanza – per capire chi è. Negato alla possibilità di conoscere la Legge, l'uomo è interdetto anche alla giustizia: e poco importa se da essa riceva o meno dei benefici.

Senza una conoscenza della Legge, l'uomo è definitivamente strappato al suo significato. E dato che la lettera della legge è sempre ulteriormente interpretabile, la sua verità è sempre inesorabilmente lontana, irraggiungibile, impassibile ad un tentativo di rapporto. Ci sono molti giudici, e si può anche incontrarli, ma la Legge per sua stessa natura (e qui sta forse la sua crudeltà) non è incontrabile. Non ha carne, ma solo declinazioni; non ha sguardo, ma solo norme. Colpisce infatti che, in un universo ricco di personaggi e di incontri, K. non riesca ad avere un reale rapporto umano con nessuno: è un universo, il suo, le cui figure non si toccano mai veramente. La famosa angoscia kafkiana latita in uno stato di solitudine. Al punto che, quando K. opponendosi ad uno dei sicari del tribunale afferma di non conoscere la Legge in base alla quale viene arrestato, questi – paradossalmente, eppure con una logica radicale – ribatterà: "Ammette di non conoscere la Legge e, al tempo stesso, afferma di essere innocente". 

Se il significato della vita non è accessibile all'uomo, il processo penale finirà con il coincidere con la vita stessa: e la vita, prima ancora della morte, ne sarà la pena. Il romanzo segue un progressivo ed inquietante allargamento del processo: pagina dopo pagina, si scopre che tutto – non solo le aule delle udienze, ma anche le persone, i funzionari, le case, le strade, gli uffici e le chiese –, tutto appartiene al Tribunale. Il processo si allarga fino a coincidere con il mondo e con l'esistenza intera: diventa macroscopico, si allarga a coprire l'orizzonte. 



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