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KAFKA/ Il Tribunale vuole dominarci, dov'è il Dio che ci salva?

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Ma quanto più soffocante diventa l'oppressione, tanto più qualcosa si ribella – un'emergenza di giustizia, una speranza, risorge anche nel punto di maggiore avvilimento, in uno tra i finali più dirompenti e vitali che la letteratura europea abbia mai conosciuto. 

È il momento in cui Josef K. viene prelevato e condotto fuori dalla città per l'esecuzione; e anche lì, nell'estremo finale, non è la rassegnazione a dominare, né la sconfitta; ma il desiderio che uno giunga, anche nell'ultimo secondo, per accorrere – per salvare: "Il suo sguardo si fissò sull'ultimo piano della casa confinante con la cava di pietra. Come una luce sfolgorante si aprirono d'un colpo le imposte di una finestra, un uomo, che per la distanza e dell'altezza pareva debole e sottile, si sporse con impeto in avanti tendendo le braccia ancora più in fuori. Chi era? Un amico? Un buon uomo? Uno che prendeva parte? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? C'era ancora salvezza? C'erano eccezioni che si erano dimenticate? Certo, qualcuna c'era. La logica è certo incrollabile, ma non resiste ad un uomo che vuole vivere. Dov'era il giudice che non aveva mai visto? Dov'era l'alto tribunale fino al quale non era mai arrivato?". 



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