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PAPA/ Così Francesco manda in fuorigioco tradizionalisti e teocon

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

Una persona che ha bisogno della carità (della carità nella triplicità della sua forma reale-temporale, intellettuale e spirituale-morale, direbbe Rosmini) e che è chiamata a vivere la solidarietà: proprio in questa prospettiva si capisce che il Papa non condanna la ricchezza in quanto tale (perché senza una certa ricchezza materiale, intellettuale-culturale e spirituale-morale, non si potrebbe esercitare la carità nella sua triplice forma). Egli condanna, invece, una ricchezza che impedisce di vedere la persona nell'altro e che, quindi, nega la solidarietà. 

Ciò avviene quando i beni materiali (ma anche un atteggiamento intellettualista, una cultura chiusa, un'autosufficienza spirituale e un'auto-giustizia morale) impediscono di concepire veri rapporti di solidarietà e carità. Il Papa indica, quindi, con il discorso sulla povertà le varie dimensioni di autocentrismo della persona, delle quali ognuno si deve liberare. E siccome attraverso questa modalità, la povertà scopre la persona (come sottolineava Francesco il 6 giugno), tale idea spirituale di povertà non è nient'altro che un sinonimo di libertà: «rendervi liberi, in qualche modo, anche rispetto alla cultura e alla mentalità dalla quale provenite». 

Il messaggio della povertà, in altre parole, è il messaggio di porre, senza se e senza ma, la persona al centro della riflessione. Ciò si evidenzia ulteriormente nel suo discorso alla Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice il 25 maggio, quando afferma che «non c'è peggiore povertà materiale […] di quella che non permette di guadagnarsi il pane e che priva della dignità del lavoro»: la peggiore povertà, quindi, è quella che impedisce alla persona di realizzarsi nella sua dignità impedendole di condurre una vita autonoma, autodeterminata e responsabile. 

Se è vero che la posizione della persona come principio centrale e basale della riflessione social-etica della Chiesa è stata definita, con chiarezza, dal Concilio Vaticano II (Gaudium et spes 25), è altrettanto vero che tale principio è stato applicato, prevalentemente, come pretesa cristiana di riforma e miglioramento sociale e civile. Ciò che è stata parziale, invece, è stata l'auto-applicazione di tale principio alle strutture ecclesiastiche e alla vita interiore della Chiesa.

A questo riguardo, ci si potrebbe spingere fino all'affermazione secondo cui la Chiesa, nell'argomentazione sulla società, si avvale del "diritto della persona", mentre per le questioni interne morali e spirituali ricorre ancora al "diritto naturale". Nell'intervista a La Civiltà Cattolica del 19 agosto, papa Bergoglio non intende relativizzare le verità, soprattutto morali, del classico "diritto naturale", ma intende "contestualizzarle" ossia integrarle nel principio della priorità della persona. 



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