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LETTURE/ Berlusconi? Il figlio perfetto della prima Repubblica

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Silvio Berlusconi (Infophoto)  Silvio Berlusconi (Infophoto)

Ma è nel decennio che va dal 1953 (nuove elezioni e fine del degasperismo) al 1963 (inizi del centro-sinistra) che si sviluppano le trasformazioni decisive di quelle due fratture. Mentre per la prima volta si disarticola il rapporto consequenziale tra arretratezza socio-economica e arretratezza ideologico-istituzionale − l'Italia conosce un grande sviluppo – il centro-sinistra si mostra incapace di superare la frattura orizzontale. A partire da Fanfani e poi con il centro-sinistra si sviluppa l'apparato statale e la penetrazione dello Stato nell'economia, che diventa sempre più pubblica. 

La seconda generazione Dc di Fanfani e Moro è sempre più convinta della necessità di fare uso delle strutture pubbliche per "guidare la società". Intanto si rafforzava l'antifascismo e si attenuava l'anticomunismo. Si apriva la strada al consociativismo degli anni 70. Il fatto più evidente è l'incardinamento delle istituzioni ai partiti politici del cosiddetto "arco istituzionale". Istituzioni e regole "non hanno acquisito una legittimità superiore a quella delle forze politiche. L'Italia anti-antifascista è unificata da due elementi: l'anticomunismo e l'antipartitocrazia, due buoni motivi per respingere il Pci: perché, appunto, comunista e perché punta di lancia della partitocrazia antifascista, "l'arcipartito". Il Pci ha condiviso al massimo grado tutti i difetti dei partiti repubblicani: "platonismo", settarismo, autoreferenzialità, subordinazione delle istituzioni e delle regole all'interesse partigiano. Insomma, un super-clan.

L'impatto della crisi del centrismo e del centro-sinistra sulla genealogia del berlusconismo viene esplorato lungo quattro piste di analisi: a) dagli anni 50 ripartono le intenzioni ortopediche e pedagogiche dei partiti (seconda generazione Dc, formatasi durante il fascismo), con espansione della funzione pubblico-statale e si rafforza l'antifascismo, mentre si abbassa l'anticomunismo; b) ampliamento e disarticolazione dei centri decisionali, con il moltiplicarsi di fratture istituzionali, economiche (l'ingresso del Psi ha favorito l'espansione dello Stato e le fratture); c) incardinamento dell'assetto istituzionale italiano nella partitocrazia; d) a partire dagli anni 60, una parte importante dell'opinione pubblica anti-antifascista confluisce sì nella Dc, ma "turandosi il naso": dunque adesione strumentale e scarsamente legittimante. Questo fiume di moderatismo, invisibile e sottorappresentato, perché le sue critiche alla partitocrazia erano condannate come antidemocratiche, confluirà nel berlusconismo.

Il berlusconismo − Berlusconi rovescia completamente la questione italiana. Il berlusconismo nasce dal fallimento delle vie giacobine alla modernità, presentandosi esplicitamente, consapevolmente e orgogliosamente come il loro esatto contrario. "Prima di lui, dal Risorgimento a oggi, nessun leader politico di primo piano, capace di vincere le elezioni e salire alla guida del governo, aveva mai osato dire in maniera così aperta, esplicita, sfrontata, impudente che gli italiani vanno benissimo così come sono". Muovendo dal mito antipolitico della società civile (costruitosi dal '68 a Craxi, a Berlinguer, a Pannella, a Segni, a Occhetto), Berlusconi attribuisce la colpa del malandare del Paese non alla società civile, ma alle élites politiche e allo Stato, non al Paese reale, ma a quello legale. Non è il popolo da rieducare, sono le istituzioni. 



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