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LETTURE/ Berlusconi? Il figlio perfetto della prima Repubblica

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Silvio Berlusconi (Infophoto)  Silvio Berlusconi (Infophoto)

Continua la sintesi dell'ultimo lavoro di Giovanni Orsina, "Il berlusconismo nella storia d'Italia" (Marsilio, 2013). La prima puntata è uscita il 2 novembre scorso.

(...) È la Repubblica dei partiti. I partiti, tanto strumento di democrazia e di rappresentanza quanto di educazione dirigistica top-down, si sono presentati come la nuova risposta alla domanda "platonica" (chi deve governare l'Italia?), come la nuova élite virtuosa chiamata a raddrizzare e educare un Paese immaturo e arretrato, un Paese "sbagliato". 

Naturalmente non tutti "giacobini" allo stesso modo. Certo il doroteismo Dc è altra cosa rispetto al giacobinismo comunista, socialista, repubblicano-azionista. Tuttavia da Fanfani in avanti l'uso dello Stato e della dimensione pubblica si è esteso fortemente. Sul piano culturale, questa la tesi di Orsina, le tendenze antifasciste, ortopediche e pedagogiche hanno certamente avuto il sopravvento. Resta che il sistema dei partiti ha occupato la posizione centrale nel sistema istituzionale della Repubblica. La partitocrazia repubblicana è il maggior elemento di continuità con il fascismo monopartitico. Questa continuità ha generato già nell'immediato dopoguerra una reazione populista liberale. Il Giannini dell'Uomo qualunque riteneva, sulle orme di John Stuart Mill, che "la società italiana del dopoguerra aveva ampiamente raggiunto il livello di civiltà oltre il quale la libertà diventa possibile". Perciò rifiutava l'idea della politica quale strumento di trasformazione radicale della realtà, il giacobinismo, l'ansia di irregimentazione dei partiti antifascisti. 

Non che Giannini non volesse i cambiamenti, ma erano affidati per intero agli individui, di cui era costituita la società civile. Populismo radicale e strutturale il suo, perché non rifiutava l'élite esistente nel nome di un'élite alternativa e perché proponeva come frattura da sanare non quella tra destra e sinistra, ma quella tra popolo e u.p.p. (uomini politici). L'Uomo qualunque fu un movimento anti-antifascista, un movimento profondo in Italia, che ha alimentato lo stesso berlusconismo. Il movimento anti-antifascista era contrario al sistema partitico antifascista repubblicano e perciò,  in primo luogo al Pci – e quindi era anticomunista – perché il Pci era "la punta di lancia della partitocrazia antifascista, l'Arcipartito della Repubblica. Un movimento composito, in cui ci sono i nostalgici del fascismo, i conservatori, dei liberali, contrari al fascismo, ma convinti che i partiti di massa stessero dando vita ad un "fascismo al contrario", e "gli stanchi del Novecento". 

In questa prospettiva, l'Uomo qualunque rifiutava di essere collocato a destra, perché negava la distinzione stessa tra destra e sinistra. La Guerra fredda, di cui le elezioni del 1948 sono un campo di battaglia, spinse in secondo piano, riassorbendo l'Uomo Qualunque, la frattura orizzontale tra popolo ed élite politica, per concentrarsi su quella verticale tra destra e sinistra. 



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