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CAMUS/ "Mia madre è più importante della giustizia"

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Albert Camus (1913-1960) (Immagine d'archivio)  Albert Camus (1913-1960) (Immagine d'archivio)

Quando in un'intervista gli viene chiesto se si considera un maestro della filosofia dell'assurdo ci tiene a spiegare che con questo termine si proponeva, nel Mito di Sisifo, la ricerca di un metodo, non di una dottrina. L'assurdità del mondo deriverebbe solo da una negazione che qualcosa abbia senso. Ma mai Camus ha pensato di fermarsi a questa posizione, bensì da qui, dopo aver vissuto come molti della sua generazione − sono parole sue − "senza morale, professando il nichilismo", e dopo "avere, come Sartre, sistemato Dio nel magazzino degli accessori", la sola cosa che temeva, dipingendola acutamente nel ritratto di Clamence, protagonista della Caduta, era diventare un classico intellettuale parigino disilluso.

In questo suo prendere le distanze da certo mondo engagé, del suo (come, purtroppo, nostro) tempo, affermò: "L'indignazione declina. Ma quel che è peggio essa si organizza, si esercita a orari fissi e a senso unico. I nostri protestatari sembrano diventati emiplegici: scelgono perfettamente tra coloro a cui attribuire il titolo di vittima e decretano che gli uni sono degni della massima tenerezza, mentre gli altri sono delle cose oscene" (Hommage à Salvador de Maradiaga, 1956).

Sarà per questo che si è voluto classificare, da parte di taluni, L'uomo in rivolta come un "breviario di filosofia edificante per studenti delle scuole superiori" (Pierre Bourdieu). Oppure sempre per questo suo − come egli stesso racconta − aver appreso l'etica più dal campo di calcio o da quello della scena dei teatri su cui a suo tempo si mosse come attore, anziché da fogli che hanno fatto testo come l'Humanité (il quale, quando l'Armata Rossa invase l'Ungheria e pose fine alla rivoluzione ungherese, titolò: "Budapest ritrova il sorriso"), che a cercarlo nelle antologie per esempio, italiane, degli anni Settanta, non se ne ritrova che un accenno totalmente subordinato alla presenza, invece straripante, di Sartre. Sartre il quale l'Humanité lo leggeva entusiasticamente e lo sventolava come segno di fede nell'uguaglianza e nella fraternità degli uomini a ogni piè sospinto.

Sartre che − sono ricordi lasciati ai suoi studenti da don Luigi Giussani − incontrandolo sulla nave che li portava entrambi in America, abbigliato come negli anni 50 ancora si poteva incontrare normalmente vestito un prete, cioè con la tonaca, disdegnò di sederglisi accanto durante un pasto di bordo in cui l'unico posto rimasto libero era quello accanto a lui, un "prete".

Sarà sempre per questo che un film stupendo come Il primo uomo di Gianni Amelio, incentrato sull'opera incompiuta, trovatagli in tasca, sotto forma di manoscritto il giorno del suo incidente mortale, Il primo uomo, nei cinema abbia avuto così poco successo di pubblico.



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