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LETTURE/ Perché non siamo più capaci di accettare la storia?

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Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)  Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)

Questo è ciò che Hegel e la tradizione ebraico-cristiana intendono per libertà. Quando il filosofo tedesco, nella Fenomenologia dello spirito, parla di "calvario dello Spirito assoluto" non intende usare una metafora, come generalmente si ritiene. Hegel intende invece riferirsi all'umana avventura, che nel linguaggio romantico ottocentesco si chiama "spirito". Lo spirito, fuor di metafora, è lo spezzarsi dell'umana coscienza, che è fatica, dolore, ma anche la grazia di una storia.  

Forse in questa ottica si può cominciare a capire qualcosa del senso delle affermazioni hegeliane secondo cui la verità è una storia e l'etica è una storia, di contro alla mentalità in cui siamo immersi. Secondo questa mentalità ci è invece prescritto di riposare nell'attuale possesso e nella attuale pretesa di una legge come dominio. "Legge come dominio" oggi concretamente vuol dire controllo dei mercati e procedure giuridiche, gestionali, cliniche, molto rassicuranti nonostante le frequenti imbecillità.

Accettare la storia, accettare la verità come storia, accettare l'etica come storia è un rischio cui l'essere umano oggi non è più attrezzato. Libertà è il nome di questo rischio. Non si tratta di riposare su garanzie: i nessi fra problemi, le contraddizioni, le speranze implicano non una rassicurazione protettiva e di controllo, ma un sì, il rischio e la benedizione di un sì.

Alla fine del capitolo sesto della Fenomenologia dello spirito, dopo una lunga estenuante carrellata lungo la vicenda dell'epoca moderna, prima e dopo la Rivoluzione francese, dopo aver misurato devastazioni, ambiguità e tradimenti nel farsi storico dell'essere umano, Hegel vagheggia una unificazione, una conciliazione (Vorsoenung) che non è utopia, ma il concreto, tragico guardare in faccia e accettare questo volto inevitabile dell'umano.

Questo guardare in faccia e accettare il volto dell'altro ove esso si presenti nella sua irriducibile malvagità sembra non essere una capacità dell'umano. Il perdono sarebbe la parola adatta ad esprimere questa esperienza: l'atto in grado di ricucire, riunificare quello che in nessun modo sembra riunificabile. 

La cultura odierna è generosa, direi quasi esigente sul perdono. Mi chiedo se ciò sia possibile a causa di una censura sulla natura dell'atto di perdonare, che nella mentalità odierna sembra porsi come un necessario dimenticare per evitare la distruzione di tutti. Ma la potenza del pensiero di Hegel non si fa incapsulare in questo pur comprensibile e fragile semplicismo. Io e l'altro, per Hegel, siamo generati insieme, apparteniamo ad movimento sorgivo che ci accomuna, nel bene e nell'abiezione. 



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