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LETTURE/ Perché non siamo più capaci di accettare la storia?

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Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)  Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)

Lo scoraggiamento ed anche il cinismo nascono, nella società in cui viviamo, non tanto dalla fatica e dall'incertezza, ma dall'assenza di prospettiva, dall'assenza di futuro, cioè di significato. Anche l'aggrapparsi alla memoria del tempo passato è vissuto, per gli anziani come per i giovani, quasi sempre come solo difensivo e cioè come mortifero.

D'altra parte noi uomini non possiamo vivere senza il desiderio e senza la promessa di un'unità, con noi stessi e con i nostri simili, anche se tale unità sembra irrealizzabile.

In questo dislivello, sorta di frattura irrisolta in cui l'umano si costituisce e si mantiene, operano la coscienza religiosa oppure la coscienza dell'ateo. Opera anche la sempre coraggiosa, talvolta umile, domanda del filosofo.

Hegel, il grande pensatore romantico tedesco dei primi dell'Ottocento, questa domanda umile e coraggiosa l'ha posta. Dove sta l'originalità di tale domanda e in che modo essa può soccorrere gli uomini e le donne di oggi?

L'originalità di tale domanda pesca nella grande tradizione di Platone e dell'anima greca, ma anche e radicalmente, nella tradizione ebraico-cristiana. Questa ultima tradizione, anche sull'onda della prima, afferma che l'individuo umano è in grado di trasmettere ciò che non ha. Ciò avviene paradossalmente, ma implacabilmente, perché qualcosa che non si possiede, un "non possesso" è in azione nei discorsi e negli atti degli uomini.

Il desiderio, e dunque la coscienza e il giudizio, sono infatti suscitati da ciò che manca.  La mancanza, alla radice, non è un avere di meno, mancare di questo o di quello, ma è un essere attirati. Piuttosto, semmai, è mancare, come si dice: "mancare un colpo". C'è una mancanza che esprime, che innesca l'alterità.   

L'altro mi suscita, mi genera ed io, a mia volta, lo suscito. L'umano esiste tutto fatto di alterità: senza l'altro, senza altri io mi distruggo, non sarei quello che sono. Perciò il desiderio, la mancanza, e ciò che essi implicano, cioè il non, il negativo, non sono distruttivi (nichilismo non significa mancanza e negatività, ma sfiducia nell'altro e nella ragione).

Ciò significa che il desiderio e l'ambizione dell'uomo, autenticamente intesi, non vanno nella direzione di un tutto pieno, di una rassicurazione, di un fondamento. Mancanza di fondamento significa che il fondamento, un fondamento, può avere solo la struttura di un sì, un dire di sì. L'atteggiamento critico alla radice del "filosofico" è un arrendersi razionale, un dire di sì, cioè l'atto di accogliere, di accettare un non mio, di essere tramite di un non mio.



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