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CALVINO/ Se la bellezza (non) ci fa scendere dagli alberi

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Dino Buzzati, Il babau (1970) (Immagine d'archivio)  Dino Buzzati, Il babau (1970) (Immagine d'archivio)

La conoscenza inizia così, quando accade appunto qualcosa che è «sconosciuto»: il padre che schiaccia le mandorle al figlio, Pavese che legge il Sentiero dei nidi di ragno, il barone che incontra Viola. 

La tentazione, a quel punto, è rimettere a posto quel che è successo inseguendo le sirene di una ricostruzione analitica, provando a ricomporre una scacchiera, in cui ogni evento extrasistemico venga reincasellato nel sistema. Ma il senso non è l'interpretazione a posteriori, sta già tutto dentro l'imprevisto del padre e del figlio «reciprocamente necessari», dentro quel «segno» che gli occhi vedono e le parole non sanno dire, se non confusamente: «Ecco, questo modo d'essere è l'amore. E poi: l'umano arriva dove arriva l'amore; non ha confini se non quelli che gli diamo». La partita è tutta aperta, a quel punto: tra la sfida che le cose lanciano allo sguardo e la sfida che lo sguardo pretende di ribattere verso le cose («una letteratura della sfida al labirinto»).

La scoperta dello scrutatore, insomma, si trova a fare i conti con il meccanismo del pensiero rampante, che presume di guardare dall'alto: lì scompare, etimologicamente, l'umiltà, mancando uno sguardo impastato con la terra, o presumendo, forse, di coincidere col cielo, di conquistare un punto di vista olimpico. Diceva bene il signor Palomar: «forse la prima regola che devo pormi è questa: attenermi a ciò che vedo». Ma quando gli occhi, quasi involontariamente, inciampano in «chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno», si rivela quanto si è pronti ad attenersi: concedendogli il breve margine di un'emozione o lasciandosi invadere; commentandolo a distanza, dal riparo del proprio albero di idee, o rischiando di scendere per «dargli spazio» davvero. 

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