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CALVINO/ Se la bellezza (non) ci fa scendere dagli alberi

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Dino Buzzati, Il babau (1970) (Immagine d'archivio)  Dino Buzzati, Il babau (1970) (Immagine d'archivio)

Come si fa a guardare il mondo? Cosa significa conoscerlo? Sono domande che aggrediscono senza tregua chi legge Italo Calvino. Perché in tutta la sua opera si riaffaccia un paradosso: il tentativo incessante di trovare un punto di vista capace di leggere la realtà, e l'instancabile scrollarsi di dosso, da parte della realtà, di ogni sistema raggiunto: uno smacco in agguato, un cambio di passo incalcolabile, che frantuma lo schema, svelandone la nebbia, e per un istante almeno, finalmente, fa vedere.

Gli occhi, infatti, non vengono catturati senza la prima mossa del mondo: «dalla muta distesa delle cose deve partire un segno, un richiamo, un ammicco». Eppure questa partenza non basta: mentre nuota, Palomar rabbrividisce al pensiero dei «milioni di secoli» in cui «i raggi del sole si posavano sull'acqua prima che esistessero degli occhi capaci di raccoglierli». Cosa ci stava a fare, da sola, quella «spada» composta dai riflessi al tramonto? La realtà non sa stare senza il rapporto con un io: «Erano fatti l'uno per l'altro, spada e occhio: e forse non la nascita dell'occhio ha fatto nascere la spada ma viceversa, perché la spada non poteva fare a meno d'un occhio che la guardasse al suo vertice». A volte l'occhio si illude di assegnare una forma alle cose, ma loro testardamente gli si offrono, come un'innamorata che lo supplichi di accorgersi di lei. 

Calvino lo scoprì quando la seconda guerra era appena finita, e lui presumeva di partecipare, col suo primo romanzo, a un'atmosfera impegnata. Quando Pavese lesse Il sentiero dei nidi di ragno, invece, sentì un sapore tutt'altro che partigiano: «Fu Pavese il primo a parlare di tono fiabesco a mio proposito, e io, che fino ad allora non me n'ero reso conto, da quel momento in poi lo seppi fin troppo, e cercai di confermare la definizione. La mia storia cominciava a esser segnata, e ora mi pare tutta contenuta in quell'inizio». Pavese, insomma, capì Calvino più di quanto si fosse capito Calvino stesso. E c'era, in quel rovesciamento, davvero tutta la sua storia, e non solo la sua: come un avvertimento, che non ci si raccapezza su di sé guardandosi addosso (vero, Zeno Cosini e Mattia Pascal?), ma ci vuole un altro occhio che ti svela a te stesso. 

Il problema comincia appunto qui, quando un inizio fa nascere una storia: perché si tratta di «dargli spazio» oppure di provare a contenerlo nelle proprie misure. È l'indecisione del Barone rampante: salito sugli alberi, «restava lassù a guardar lontano», con l'«ostinazione di non scendere». Si era infatti convinto che «chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria»



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