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USTICA/ Cosa nasconde la campagna contro l'Itavia del 1980?

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Un DC9 dell'Italia come quello esploso su Ustica (Immagine d'archivio)  Un DC9 dell'Italia come quello esploso su Ustica (Immagine d'archivio)

La formula con cui questa teoria si diffuse all'opinione pubblica tramite la stampa e il Parlamento fu quella di "cedimento strutturale", come la Ranci documenta nel suo lavoro, al momento ancora in corso di elaborazione. Sul piede di guerra si erano posizionati immediatamente la Filt-Cgil, alcuni esponenti del Pci (non l'Unità, però), il quotidiano Repubblica, e altri esponenti politici di sinistra e repubblicani. 

La campagna di stampa contro l'Itavia avrebbe del resto mostrato subito la sua efficacia: ad una settimana dal disastro, tutti i gruppi politici al Senato, ad eccezione del Msi, sottoscrissero una mozione comune che chiedeva di fatto lo scioglimento dell'Itavia e il trasferimento delle sue licenze di volo all'Alitalia. L'Itavia si trovava allora già gravata dai debiti, e il disastro di Ustica fu il classico "colpo di grazia", come ha riconosciuto anche la Cassazione: la compagnia si trovò infatti costretta a sospendere subito il servizio. 

Quando, nel dicembre 1980, il ministro dei Trasporti di allora, il socialista Rino Formica, si apprestò a firmare il decreto di revoca delle concessioni all'Itavia, che avrebbe definitivamente messo la parola "fine" alla sua storia imprenditoriale, il presidente della compagnia Aldo Davanzali protestò inviando al ministro una lettera aperta in cui sosteneva che l'Itavia si era trovata improvvisamente in difficoltà a causa della tragedia di Ustica, le cui responsabilità non sarebbero state però addossabili alla compagnia, dal momento che si riteneva "certa" la distruzione del DC9 ad opera di un missile. Le dichiarazioni di Davanzali furono definite "clamorose" dalla stampa, ma il discredito in cui era piombata l'Itavia ne delegittimò automaticamente la voce. Cora Ranci sottolinea inoltre come Davanzali fosse anche stato indiziato per il reato di "diffusione di notizie esagerate e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico" dal magistrato che stava indagando su Ustica, Giorgio Santacroce, l'attuale presidente della Corte di Cassazione, secondo cui quella del missile era una possibilità e non una certezza (nel dicembre 1980, infatti, la commissione d'inchiesta ministeriale aveva accertato che era stata un'esplosione la causa del disastro, ma non si era ancora riuscito a stabilire se essa fosse avvenuta esternamente o internamente all'aereo). Per l'Itavia si sarebbe così profilato inevitabilmente l'assorbimento da parte della compagnia di bandiera e il commissariamento straordinario. 

Di contro, la sentenza della Cassazione riconosce adesso che i tentativi di depistaggio ad opera di ufficiali dell'Aeronautica militare – che distrussero e manipolarono le prove – hanno effettivamente depistato le indagini sulla strage di Ustica, indirizzandole verso inesistenti responsabilità attribuite all'Itavia. 



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