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LETTURE/ Intercettazioni e voyerismo, ultima "crisi" degli scrittori in cerca d'Autore

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 Il modo con cui uno scrittore descrive la realtà, dice implicitamente di un suo "vederla"; dice una particolare, magari sempre diversa possibilità di attraversamento. La letteratura, anche la più oscura e nichilistica, è sempre una lotta contro la casualità, il tentativo di rendere visibile qualcosa che prima non lo era abbastanza. Non basta quindi riportare sulla pagina un bruto frammento di conversazione: esso non soddisfa la fame di realtà, ma rivela una visione dell'uomo e delle cose piuttosto misera, perché riduce ai minimi termini il corpo del dicibile. 

L'uso dell'intercettazione, strumento neutro, privatistico e quindi non personale, sembra quindi essere proprio un tentativo di risolvere troppo in fretta questa domanda, di fuggire dall'interpretazione, dall'inesorabile lavoro della ragione che la letteratura esige. Ma esprime anche un bisogno: quello che nella letteratura tornino a parlare non le opinioni ma le cose, che nella pagina torni a bruciare qualcosa di vivo e di umano: e questo è un fattore apertissimo e tutto ancora da verificare. 



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