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LETTURE/ Intercettazioni e voyerismo, ultima "crisi" degli scrittori in cerca d'Autore

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Se, come descrive e sostiene Luca Mastrantonio in una sua recente analisi sulle pagine del Corriere della sera, le intercettazioni telefoniche sono ormai diventate un vero e proprio genere letterario, a chi scrive risulta evidente che questo non è che un altro modo – malsano nei mezzi, ma positivissimo nell'esigenza che fa emergere – di rivendicare per la letteratura una funzione conoscitiva: un recupero della verità. 

Anche alla luce di quanto scrive Mastrantonio, provo a spiegarmi. Di che natura è infatti il successo delle intercettazioni telefoniche pubblicate dai giornali? È semplice: esso è tutto nel piacere che sempre procura l'accesso alla verità, perfino nelle sue manifestazioni più misere. E se l'intercettazione telefonica, che è uno strumento (perlomeno inizialmente) giudiziario, viene legittimata in un luogo ad essa non esplicitamente destinato come la letteratura, è segno che evidentemente la letteratura si è tanto allontanata dalla sua funzione di sondaggio del vero, che essa è costretta, come extrema ratio, ad aggrapparsi al buco della serratura per poter ancora vedere

L'intercettazione telefonica dà l'illusione di partecipare ad un segmento di vita altrui: il fatto che essa riporti le parole di persone ignare di essere ascoltate costituisce l'unica ed esclusiva ragione del suo successo. L'idea delle "intercettazioni immaginarie", genere letterario escogitato da Carlo Lucarelli, è perciò minata alla base e destinata al fallimento: poiché l'unico motivo che rende un'intercettazione interessante è quel minuscolo – per quanto parziale e voyeuristico – contraccolpo di verità che essa fornisce. Perciò, se da un lato la consacrazione letteraria dell'intercettazione è in fin dei conti la legittimazione vampiresca di uno spionaggio, dall'altro è il chiaro sintomo di una letteratura che chiede aiuto: rivendica un rapporto con la verità, e si appende a ciò che della verità sembra poter fornire un benché minimo riflesso. 

C'è un altro punto che, a questo proposito, va messo in luce: ed è cioè se il compito della letteratura sia descrivere la realtà o interpretarla. La separazione delle due operazioni è infatti una questione tutta novecentesca, e perlopiù marxista: un dibattito molto di moda negli anni Cinquanta si chiedeva se la letteratura dovesse "descrivere" la realtà o cercare di cambiarla; e molta letteratura d'oggi vive ancora i gravi sintomi di quella dicotomia. Ogni descrizione infatti (e in letteratura più che mai) è essa stessa un'interpretazione; e un'interpretazione implica un impegno di razionalità, un lavoro sui fattori in gioco che non è – né può essere – una cruda registrazione di essi. 

Perciò la questione delle intercettazioni in letteratura non è da accantonare come una moda o un espediente, ma apre – e continua – una domanda che sta alla base stessa del fare letteratura: e cioè che cosa sia il realismo.



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