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BENNY LAI/ Chi era l'amico del "papa non eletto"?

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La cupola di San Pietro (Infophoto)  La cupola di San Pietro (Infophoto)

Lai fu sì un giornalista, sempre professionale, autorevole, talvolta discusso ma mai discutibile – tutti i suoi colleghi, e in particolare qualche suo allievo si affrettano oggi a definirlo l'inventore della professione di "vaticanista", anche se lui onestamente riconobbe sempre tale merito all'indimenticato maestro Silvio Negro – ma, come ebbe a dire non molti anni  or sono Andrea Riccardi in un incontro all'Istituto Sturzo, fu vero storico, perché del mestiere codificato da Marc Bloch nell'Apologie de l'Histoire era consapevole e autentico seguace, pur senza riconoscimenti accademici. Sempre attento alle fonti e alla loro provenienza, astuto indagatore di testimonianze inedite (un vero scout d'informazioni, si direbbe oggi), ma anche capace d'interpretazioni di respiro che oltrepassavano i margini disciplinari della storia della Chiesa e toccavano la storia politica tout court, Lai apparteneva a quella vecchia scuola italiana, d'ispirazione montanelliana – e per la storiografia cattolica delucana –, che alle facili interpretazioni ritagliate in alcuni casi anche su documenti ad hoc o addirittura resi tali, preferiva uno scavo paziente e lo stupore di chi alle fonti si affida sempre e comunque nella ricerca della verità.

Il suo era uno stile intellettuale disincantato, senza patinature, mi ricordava una sorta di versione culturale e mediatica di quell'atteggiamento di cinismo politico del "romano de Roma", storicamente sottomesso a tante corti, incarnato da Alberto Sordi in alcune sue indimenticabili commedie. Denunziava il fatto, non condannava mai il colpevole, in fondo gli si sentiva un po' vicino nelle debolezze umane, e fu attraverso quest'onestà di pensiero che poté affrontare nel tempo argomenti spinosi come recentemente, ad esempio, quello della gestione delle finanze vaticane.

Sembra paradossale scrivere oggi di uno dei maggiori cronisti del mondo ecclesiastico di sempre, ricordando la sua formazione eminentemente laica, la sua professione per lunghi decenni esercitata su testate quali la Gazzetta del Popolo, La Nazione, il Resto del Carlino, e poi a quel laboratorio liberale, lezione oggi nella storia del giornalismo, che fu Il Giornale di Indro Montanelli. Eppure uno dei maggiori cardinali del Novecento, Giuseppe Siri, volle proprio lui come confidente e anche per certi versi, output comunicativo. Raccontare qui la storia dell'amicizia tra Siri e Lai, da alcuni ammirata, da altri avversata forse anche con punte d'invidia, non è possibile; ma sarà un giorno da fare, se si vorrà comprendere pienamente la trasformazione dei meccanismi di narrazione della Chiesa, in particolare della curia romana, la sua nuova considerazione presso i media postconciliari, il passaggio dal tradizionale "apostolato della stampa" di matrice tardo ottocentesca al modello della comunicazione globale di Giovanni Paolo II.



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