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ELIOT/ Noi, poveri uomini che dimentichiamo il tempo eterno

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1. C'è un tempo eterno, un ritmo eterno a cui ogni uomo, che lo sappia o no, desidera accordarsi. È un desiderio di tutte le mattine, di tutte le volte in cui aprendo gli occhi ci chiediamo senza chiedercelo quale sia il nostro posto nel mondo, in quale angolo della giornata troveremo l'esperienza della pace.

È a questo tempo eterno, e alla sua intersezione con il tempo meschino della quotidianità e del calcolo, che Eliot guarda lungo l'intero dispiegarsi dei suoi Quartetti. Ed è nel terzo di essi, The Dry Salvages, che il contrasto tra il tempo delle cose e il tempo dell'uomo, tra un tempo unitario e naturale e un tempo sezionato e ansiogeno, viene più chiaramente in primo piano fin dalla possente immagine d'apertura, in cui la descrizione del fiume abbraccia a volo d'aquila il corso dell'intera storia umana: «Non so poi molto degli dei; penso però che il fiume/ Sia un forte dio bruno – imbronciato, selvatico, intrattabile,/ Paziente fino a un certo punto, dapprima visto come una frontiera;/ Utile e infido per trasportare commerci;/ Infine solo un problema per costruttori di ponti./ Risolto il problema, il dio bruno è quasi dimenticato/ Dagli abitatori di città – sempre, comunque, implacabile/ Ancora con le sue stagioni e le sue ire, distruttore, memoratore/ Di ciò che gli uomini hanno scelto di scordare. Non onorato, non propiziato/ Dagli adoratori delle macchine, ma in attesa, vigile e in attesa» (T.S. Eliot, The Dry Salvages, 1, 1-10).

In una manciata di versi, Eliot schizza la paradossale condizione che muove l'evoluzione umana, quella condizione per cui tanto più l'uomo acquista capacità tecnica nell'abitare il mondo, tanto più rischia di allontanarsi da quel sentimento elementare di sé, da quell'esperienza di finita infinitezza che del suo abitare il mondo intuisce e indirizza il senso. Ecco allora, nello sguardo delle generazioni che si susseguono, il passaggio da un'umanità atterrita dall'esserci delle cose, e perciò ad esse devota, a un'umanità così scaltrita, così presuntamente padrona di sé e del mondo che abita da tentare continuamente di sezionarlo e dominarlo. Ed ecco allora il fiume – dio temibile e ombroso – divenire dapprima un mezzo da sfruttare con cautela, quindi un seccante intralcio da gestire. 

2. Ma sotto l'illusione del possesso, persiste in ogni uomo la percezione di una inesorabile alterità delle cose, del loro essere date. Se anche gli uomini hanno scelto di scordare, il dio bruno resta vigile e in attesa, pronto a richiamarli alla loro finitezza, all'appartenenza a un tempo e a un luogo di cui – per quanto possano misurarli – essi non sono padroni, ma servi. 



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