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TOLKIEN/ Re Artù e quell'inedito che ci aiuta ad amare la realtà

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J.R.R. Tolkien (Immagine d'archivio)  J.R.R. Tolkien (Immagine d'archivio)

Mentre è appena uscito il secondo episodio cinematografico ispirato allo Hobbit, arriva nelle librerie italiane la traduzione di un'opera inedita di J.R.R. Tolkien, La caduta di Artù. Il perfetto tempismo farebbe pensare ad una strenna natalizia, ma non è così. L'opera è apparsa in Inghilterra a maggio, e solo per problemi editoriali e di traduzione esce ora nella traduzione italiana. 

Si tratta di un libro assolutamente particolare: un'opera incompleta che il professore di Oxford iniziò negli anni 30, poco prima di scrivere Lo Hobbit, e che poi lasciò da parte. Un progetto ambizioso - un poema in versi allitterativi, che il figlio superstite Christopher ha voluto curare e offrire ai tanti estimatori del padre, che in queste pagine non troveranno gli abati Hobbit, gli elfi, i nani, ma la più antica mitologia dell'antica Britannia, e non solo.

Re Artù: un nome che echeggia da secoli per l'Europa, evocando affascinanti immagini di valorosi cavalieri, di luoghi incantati, di misteri insoluti riguardanti il Santo Graal o l'Isola di Avalon.

Un mito letterario, ma anche il protagonista storicamente possibile di eventi realmente accaduti 1.500 anni fa nell'isola di Britannia. Una leggenda medievale che continua a vivere anche all'alba del ventunesimo secolo, accendendo ancora una volta la fantasia degli uomini, chiamando nuovamente l'attenzione dei cantastorie su di sé, suscitando nuove versioni del suo mito, rappresentate, oltre che sulla carta, anche sul grande schermo, già in passato più volte ispirato dal grande re, dalla sua spada Excalibur, dalla sua meravigliosa corte di Camelot.

Artù è più vivo che mai, nella fantasia e nei sogni. La sua leggenda non finisce, una leggenda dai molti significati, dai valori profondi, arcaici, strettamente intrecciati con la storia e i miti dell'Europa. 

Anni fa, in una fortunata versione cinematografica del mito di Artù, Excalibur di John Boorman, il Mago Merlino pronunciava queste suggestive parole: la maledizione degli uomini è che essi dimenticano. Una frase quanto mai vera, e sulla quale riflettere.  

La memoria, sembrava dirci Merlino, è tra le risorse umane una delle più importanti: occorre coltivarla come una virtù, con amorevole attenzione. Ci può salvare dalla superficialità di giudizio, dall'ingratitudine, da una vita senza gusto e significato, facendoci invece considerare con più attenzione le realtà con le quali bisogna sempre fare i conti: il bene e il male, il futuro e il passato, il mistero della vita.

Le storie di Merlino, di Artù, dei Cavalieri della Tavola Rotonda, nella loro fervida immaginazione, hanno il pregio di non dimenticare queste questioni fondamentali. 



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