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ANNI DI PIOMBO/ La "generazione perduta" può stare in una foto?

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Giuseppe Memeo spara in Via De Amicis a Milano il 14 maggio 1977 (Immagine d'archivio)  Giuseppe Memeo spara in Via De Amicis a Milano il 14 maggio 1977 (Immagine d'archivio)

Uno di loro a caso, l'agente Antonio Custra, fu ucciso da uno di quelli spari, a quanto pare non da quelli di Memeo. Perché erano in tanti con le armi a quella manifestazione: per esempio quell'Azzolini che ha fatto carriera ed è oggi capo di gabinetto del vicesindaco di Milano, Marco Barbone che poi ammazzò Tobagi, Mario Ferrandi.

Perché la prima foto, quella col pistolero in posa è diventata un simbolo? È una bella foto con il soggetto bene isolato in centro, proprio nel momento dell'azione e sullo sfondo però altri armati con passamontagna, fotografi nascosti dietro i tronchi degli alberi, il corteo poco lontano, una cinquecento che indica la normalità perduta. Si vede che il terrorista è un ragazzo, che il contesto non è né di guerra né di guerra civile, come ancora farneticano alcuni, ma si tratta di una violenza a tradimento, l'emergere ingiustificato di una volontà assassina a suo modo astratta. Il pistolero se ne sta in mezzo alla strada, non si protegge, è abbastanza sicuro che nessuno risponderà al suo fuoco. Non corre, prende con calma la sua posa plastica. È solo, c'è il vuoto attorno a lui come intorno agli altri terroristi in erba che si vedono sullo sfondo. Non ha volto, due fosse nere al posto degli occhi e un naso dritto e sottile. Appare determinato e insieme impaurito, tiene lontano quella pistola come se potesse scottarlo. È molto giovane. Ti viene da chiedere chi ce l'ha mandato, in quella strada con quell'arma, che rapporto ha quel gesto con un paese che ne sarà soprattutto impaurito, con le mitiche masse popolari che sono lontane, con la rivoluzione mondiale tanto invocata che per fortuna non si è mai manifestata. C'è qualcosa di onirico nella nitida assurdità di quel gesto omicida ritratto nella foto: è l'immagine di un incubo, per il ragazzo, per il paese, per il povero poliziotto ammazzato. E forse questo rende grande la foto: aver documentato la violenza e insieme mostrato la sua insensatezza.



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