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ANNI DI PIOMBO/ La "generazione perduta" può stare in una foto?

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Giuseppe Memeo spara in Via De Amicis a Milano il 14 maggio 1977 (Immagine d'archivio)  Giuseppe Memeo spara in Via De Amicis a Milano il 14 maggio 1977 (Immagine d'archivio)

Da centosettant'anni la fotografia è la tecnica principalmente delegata nella nostra società alla produzione di immagini. Una certa quota dei miliardi di immagini che si producono ogni anno si può dire bella, per originalità di inquadratura, costruzione formale, capacità di produrre sentimenti o svelare verità inaspettate. Alcune sono arte, condividendo tutta la difficoltà di definizione che il mondo contemporaneo ha costruito nei confronti di questo concetto. Altre documentano la cronaca e forniscono al giornalismo un contributo essenziale. Poche, pochissime però diventano "immagini simbolo", sono capaci di restare impresse nella memoria collettiva: Lenin che si sporge dal palco, tutto storto, i marines che issano la bandiera americana sul monte Suribachi, il miliziano di Capa nella guerra di Spagna, Marylin con la gonna sollevata dall'aria che esce da una grata. 

La foto scattata da Paolo Pedrizzetti alle 15.37 del 14 maggio 1977 in Via De Amicis a Milano rientra fra queste foto simbolo, almeno per quel che riguarda la coscienza collettiva di una certa generazione italiana. Fu allora, anche per mezzo di quella foto, che l'opinione pubblica scoprì quel che non voleva vedere, anche se era da tempo evidente agli osservatori attenti: che le Brigate Rosse non erano affatto isolate, che esisteva una zona di illegalità di massa, che quest'area non era affatto innocua e "creativa", come pretendeva, che non era sottoposta a una ottusa "repressione" poliziesca, ma aveva scelto la via della violenza armata, che ne facevano parte rampolli della buona borghesia molto più cinici e pericolosi dei loro fratelli maggiori sessantottini. Era iniziato il periodo più terribile per la società italiana, quello che si sarebbe concluso con l'omicidio di Aldo Moro e che avrebbe inferto delle ferite profonde nel corpo sociale, ancora oggi non del tutto rimarginate.

Tutto questo si vedeva in quella foto: un angolo di Milano vicinissimo all'Università Cattolica, a due passi dalle belle case di uno dei quartieri più borghesi della città, un ragazzo sta al centro della strada con buoni jeans a zampa di elefante, scarpe lucide, giacca, indossando anche guanti e un passamontagna nell'illusione di non farsi riconoscere. È una posa molto cinematografica, che sembra studiata: le due gambe large è un po' flesse, il sedere indietro e il torso inclinato in avanti a fare linea con le braccia e la pistola (un'arma non grande né pesante, la mitica P38) tenuta lontana con le due mani, sulla linea di mira. In un'altra immagine della serie vediamo ancora il pistolero, chiamiamolo pure col suo nome, Giuseppe Memeo, uno che poi finì con Cesare Battisti ad ammazzare il gioielliere Torregiani: ha appoggiato un ginocchio a terra per sparare meglio, sempre secondo un modello cinematografico assai insensato, perché i poliziotti contro cui spara sono tutti in gruppo, lontani parecchie decine di metri, non c'è nessun bisogno di mirare. 



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