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CHIESA/ Il Concilio di Trento e il "cristianesimo dell'Incarnazione"

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Rubens, Sacra famiglia con sant'Anna, particolare (anni 20 sec. XVII) (Immagine d'archivio)  Rubens, Sacra famiglia con sant'Anna, particolare (anni 20 sec. XVII) (Immagine d'archivio)

Al di là delle opinioni che si possono avere su ogni singola deduzione che Prodi trae dalla sua visione di ampio respiro, resta la piena legittimità di interrogarsi ancora a fondo su quanto il concilio di Trento abbia trascinato con sé con le onde lunghe del suo influsso articolato sulla Chiesa, sulla società e sulla natura del potere.

In sede storica, come ha richiamato un altro maestro della ricerca internazionale sul mondo del cattolicesimo moderno, John O' Malley, è decisivo «dare un nome» a ciò che si cerca di ricostruire. Il «nome» definisce l'oggetto. Lo fa emergere dall'indistinto, consente di riconoscerne i tratti, di percorrerne i lineamenti. Suscita il desiderio di dare unità a una serie di elementi molteplici che si incontrano lungo il processo della conoscenza, fa cogliere le connessioni nascoste. «Non si tratta di speculazioni oziose su semplici parole» − come si ricorda nell'introduzione a Trento e "dintorni" − perché le parole-guida, gravide di potenza interpretativa, «sono spesso espressione stenografica di un'ideologia e di un mito». 

Sui nomi da usare per orientare la messa in ordine dei significati, delle linee di tendenza, dei flussi fondamentali che hanno segnato la storia del cristianesimo moderno si è discusso a lungo, e a volte animatamente, nel recente passato. Riforma o restaurazione cattolica, Controriforma, riforma tridentina, rinnovamento cattolico: quello che è essenziale, al di là della pura terminologia esteriore, è prendere posizione sulla questione se la prima età moderna sia stata attraversata, o no, da processi incisivi, diffusi e profondi, di trasformazione della coscienza religiosa cattolica; se questi processi siano stati di carattere involutivo o non, piuttosto, di spalancamento a nuovi orizzonti, in senso costruttivo e di potenziamento dinamico; e se questi mutamenti, infine, siano in qualche modo riconducibili a un debito accumulato anche, sia pure non in modo esclusivo, con l'evento del concilio di Trento e i suoi effetti di breve così come di lunga durata.

Lo scenario cattolico della più matura età barocca e del Settecento dei lumi difficilmente può essere sfigurato fino a immaginarlo come una sorta di replica camuffata delle sue lontane radici tardomedievali e rinascimentali. Ciò comporterebbe l'amputazione vistosa di aspetti fondamentali di ciò che ha contribuito a forgiare l'identità dei nostri «tempi moderni». Certo, questo cattolicesimo rinnovato, e dunque anche "riscritto" o reinterpretato, questo cattolicesimo dell'Europa di antico regime non può più essere visto − vengo così all'ultimo punto che volevo suggerire − come un blocco monolitico: non è il banale riflesso del modello tridentino, e basta. Il «cattolicesimo dell'età moderna» (come lo chiama O'Malley) è un cattolicesimo rimasto intimamente "plurale": non rigidamente "disciplinato" a senso unico, sotto la maglia costrittiva del diritto canonico positivo e della teologia morale colpevolizzante.



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