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CHIESA/ Il Concilio di Trento e il "cristianesimo dell'Incarnazione"

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Rubens, Sacra famiglia con sant'Anna, particolare (anni 20 sec. XVII) (Immagine d'archivio)  Rubens, Sacra famiglia con sant'Anna, particolare (anni 20 sec. XVII) (Immagine d'archivio)

Tribunali, confessionali e stati delle anime non sono la sua unica anima. Il cattolicesimo moderno contiene anche la tenerezza affettiva che O'Malley vede incarnata in modo superbamente emblematico nell'immagine messa in copertina al suo libro di ricapitolazione storiografica. Questa "icona" è la Sacra famiglia con sant'Anna di Rubens, oggi al Museo del Prado, dipinta verso la fine degli anni venti del XVII secolo. Qui la Vergine ha ben poco di angelico ascetismo. È una delle donne prosperose, care alla pittura sacra dell'artista fiammingo, dipinta con i costumi propri dell'epoca. Gesù Bambino la guarda e le accarezza dolcemente il collo, poggiando una mano sul fecondo seno materno, rappresentato scoperto come nelle antiche Madonne del latte. Siamo rimandati in modo suggestivo a un cattolicesimo dell'incarnazione, che si espande nella realtà concreta della vita dell'uomo, che ne assume le forme, che spinge ad andare verso il mondo, ad amare la natura, la famiglia, il lavoro, a fondersi con la concretezza oggettiva degli «stati di vita» del singolo, che insegna l'arte della letizia, della carità, del perdono, che fiorisce nella musica, nella scienza, nell'amore per l'antico, per la bellezza dell'arte, per le creazioni dell'ingegno umano, «gloria del Dio vivente». 

Su registri solo a prima vista totalmente diversi, questa medesima fede cattolica si poteva calare, con altrettanto slancio e vigore, nel cristocentrismo della pietà e della commiserazione. L'emblema del Cristo della croce, i Compianti, la tradizione del memoriale eucaristico, le scenografie iperrealistiche tradotte nel mirabile teatro pietrificato dei Sacri Monti, parlavano al cuore dei fedeli in ascolto con una intensità emotiva che pungeva i sentimenti e metteva in moto la fantasia del volersi immergere in una storia sacra da riattualizzare senza sosta dentro lo scorrere faticoso dei giorni. Non era materia per poche menti eccelse di visionari. 

Quando a Milano, scomparso da tempo Carlo Borromeo, si decise di mettere mano, nella seconda metà del Seicento, alla decorazione della sala in cui si riunivano i magistrati del più alto organo del potere civile dello Stato, il Senato, è dalla scena straziante della salita di Gesù al Calvario che si volle prendere avvio. Poi si completò con l'orazione nell'orto, con la flagellazione, l'incoronazione di spine, il Cristo inchiodato sulla croce, il Cristo innalzato fino all'ultimo stadio dei suoi patimenti (sono i pezzi forti conclusivi della mostra sul Seicento lombardo. Capolavori e riscoperte, attualmente in corso presso la Pinacoteca di Brera). I misteri dolorosi di cui si circondarono i potenti uomini di governo della Milano spagnola, nel centro del loro luogo di esaltazione di un provvisorio primato mondano, erano intrisi dello stesso spirito che aveva dato incandescenza alla grande mistica del Carmelo spagnolo. 



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