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PAPA/ Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio, chi è davvero il più "politico"?

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

E una Chiesa non adeguata alle logiche della crisi, ma interiormente rinnovata nello spirito della carità e della fraternità, potrebbe iniziare ed ispirare un tale cambiamento (EG 79, 93, 261). Non come istituzione che insegna, ma attraverso cristiani laici concreti, che riconoscono la loro nuova responsabilità in politica ed economia.

Se Francesco, nei suoi primi gesti e nelle sue iniziali prese di posizione, ha dato luogo a fraintendimenti, questi derivano anche dal fatto che si legge il Papa ancora nella sua funzione classica, innanzitutto come figura politica. Ma Francesco non vuole più essere identificato semplicemente con quella funzione. E questo non per sminuire la portata eminentemente politica del cristianesimo, né per "scristianizzare" le istituzioni o "desecolarizzare" la Chiesa. Spesso, chi usa questi termini, non è cosciente del potenziale destabilizzante che essi portano per l'intera cultura e per la civilizzazione occidentale. Non solo non si lasciano individuare affermazioni o gesti che vanno chiaramente in questa direzione, anzi il messaggio di Francesco risulta più coerente se viene letto nel senso dell'intenzione di richiamare i laici cristiani in politica ed economia alla loro più autentica responsabilità. Lo "spirito di povertà", in questa prospettiva, non sta a significare una "povera Chiesa", ma lo stile spirituale dell'agire cristiano che proprio per questo risulta "libero e forte", per riprendere gli aggettivi con cui Sturzo ha appellato lo stile cristiano in politica nel suo famoso discorso lanciato dall'albergo Santa Chiara a Roma il 18 gennaio 1919.

Una tale lettura troverebbe, tra l'altro, anche il pieno sostegno di una delle opere più profetiche dell'800, con cui il suo autore, Antonio Rosmini, ha ispirato lo stesso Sturzo: infatti, Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, finito all'indice dei libri proibiti nel 1849, a ben vedere è solo in superficie un'opera di riforma delle istituzioni ecclesiali, le quali vengono giustificate e ripensate, invece, con una riflessione molto più profonda. In realtà, Rosmini elenca cinque momenti strutturali in cui maggiormente si manifestava la crisi istituzionale della Chiesa dopo la Rivoluzione francese, a causa della quale ha perso gran parte delle sue vecchie garanzie. Questa crisi viene interpretata, però, come un momento di liberazione e fortificazione del cristianesimo, perché indicano l'occasione di cambiare mentalità. 

Si deve interpretare il momento storico, così Rosmini, come esigenza di staccarsi da un coinvolgimento nocivo nelle logiche politiche ed economiche esterne allo spirito cristiano, che per Rosmini non meno che come per Francesco sono indicate da una sola parola: "ricchezza", intesa non solo nel senso di una ricchezza materiale, ma anche nel senso di una dipendenza da vecchi privilegi istituzionali e coinvolgimenti in poteri politici ed economici. Contrariamente allo spirito autentico del cristianesimo, tale ricchezza, così il Papa nell'esortazione, "anestetizza" nei confronti degli altri e produce una cultura dell'esclusione (EG 54-56).



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