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INEDITO/ "Dammi la Grazia necessaria...", Flannery O'Connor, il re e la falena

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Flannery O' Connor (1925-1964) (Immagine d'archivio)  Flannery O' Connor (1925-1964) (Immagine d'archivio)

Ma non vorrei che ciò desse l'impressione di una compilazione intellettualistica: le letture della O'Connor confluiscono in modo naturale ("Bloy mi è venuto incontro", lei scrive) nel torrente della sua scrittura, che è di per sé - come detto - forte e originale (mentre compone il diario, la O'Connor ha già cominciato a scrivere quello che diventerà il suo grande romanzo, Wise Blood). Il diario di Flannery è sempre un dialogo passionale, il cui interlocutore diretto è Dio - per esempio: "Per favore dammi la grazia necessaria, o Signore, e per favore fa' che non sia così difficile da ottenere come l'ha descritta Kafka".

Il diario è forse il genere di scrittura in prosa che più si avvicina alla poesia: prima di tutto, è un genere poco redditizio ma in fondo molto desiderato e coltivato (è difficile trovare qualcuno che non sia pronto a, o a qualche punto della sua vita non abbia provato a, scrivere un diario o qualche poesia; ma lo stesso non si può dire dei romanzi); e poi, nel diario come nella poesia, periodi relativamente ben delimitati di creatività intensa si alternano con lunghi periodi in cui la scrittura tace - ed è sempre sul punto di tacere indefinitamente (in effetti, il manoscritto della O'Connor comincia a metà di una frase - pare che le pagine iniziali siano andate perdute - e non ha una vera e propria conclusione: semplicemente, la diarista smette di tenere il suo diario).

C'è un filo conduttore al tempo stesso chiaro e aggrovigliato nel diario di Flannery: si tratta di una serie di preghiere a Dio perché aiuti la vocazione di scrittrice che lei comincia a sentire e nutrire; ma tali preghiere (e questo è il tessuto propriamente drammatico del dialogo che s'intreccia nel diario) sono piene di esitazioni, di dubbi, di riflessioni autocritiche, di richiami all'umiltà, di scatti lirici, di squarci di vita quotidiana. Nel suo diario questa poco-più-che-ventenne fa già poesia e (dietro le ingannevoli apparenze di un discorso ingenuo) fa già, a suo modo, teologia - come quando, scrivendo: "Caro Signore per favore fa' che io ti desideri", Flannery sembra rispondere all'antica esclamazione, o fulminea preghiera, attribuita apocrifamente a san Francesco: "Io Ti vorrei amare". Lasciamo allora la parola ad alcuni passi di questo Prayer Journal:

 "La mia mente è una piccola scatola, caro Signore, infilata dentro altre scatole che stanno dentro altre scatole, e così via. C'è molta poca aria, nella mia scatola. Caro Signore, dammi quella quantità d'aria che non sia troppo presuntuoso richiedere"

 "Come posso eliminare questo modino meticoloso, tipo estrarre lische di pesce, che ho di fare le cose? Eppure desidero tanto di amare Dio fino in fondo" (questa immagine delle lische di pesce è degna di un verso di Emily Dickinson)



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