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STORIA/ Berggol'c e Ginzburg: Leningrado, quando la coscienza trascinava il corpo

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Leningrado, 1944. Fine dell'assedio (Wikipedia)  Leningrado, 1944. Fine dell'assedio (Wikipedia)

La storia dell'epico assedio di Leningrado, durante la seconda guerra mondiale, di quei 900 giorni di fame e bombardamenti costati la vita a un milione e mezzo di russi, è stata raccontata molte volte e da molti punti di vista. Innanzitutto da quello della propaganda sovietica che non voleva perdere questa occasione unica di ingigantire l'eroismo tutto socialista dei cittadini senza macchia e senza paura, stoicamente pronti ad ogni sacrificio per la patria sovietica. In seguito, in tempi più liberali, è subentrata una memoria più drammatica, in chiaroscuro, dove non ci si limitava più a descrivere «il coraggio e la tenacia» ma si poteva toccare anche il tasto delle sofferenze umane senza essere accusati di speculare sul gusto dell'orrido.

Ma la storia più intensa dell'assedio è affidata soprattutto ai diari personali, agli appunti scritti di soppiatto e seppelliti in cortile, come il Diario proibito di Ol'ga Berggol'c, appena pubblicato da Marsilio. Questi testi scritti senza alcun pensiero dei possibili lettori, sono stati concepiti innanzitutto per riuscire ad affrontare il mistero angoscioso del male, e ancora oggi, quando vengono trovati in archivi e soffitte, aggiungono elementi insostituibili alla nostra conoscenza dell'uomo davanti al male e alla morte. Nel 2010, oltre ai diari segreti della poetessa Berggol'c, in Russia sono stati pubblicati anche i quaderni di appunti - segreti anche questi - di Lidija Ginzburg, celebre critica letteraria di Leningrado sopravvissuta all'assedio.

Il pregio di queste memorie personali spoglie di qualsiasi retorica, è quello di illuminare le pieghe più segrete di questa tragedia collettiva, che sono anche le pieghe più personali perché riguardano le trasformazioni che subiscono il cuore e la mente del singolo a contatto diretto e prolungato con la fame, la paura, la morte.

In questo campo Lidija Ginzburg - la cui personalità fuori del comune ha incominciato a precisarsi soltanto a partire dagli anni 2000 - rivela una certa profondità, le sue annotazioni dal vivo acquistano un valore universale, richiamano quelle di Salamov quando descrive la progressiva spogliazione dell'uomo, nel lager, da tutti i suoi valori e sentimenti. 

Davanti agli occhi della Ginzburg i 900 giorni dell'assedio non appaiono come una teoria di gesta eroiche e nobili, ma come 900 giorni di intollerabili tormenti privi di bellezza e di pathos. La sua attenzione si fissa su quella nuova realtà antropologica che è "l'uomo assediato", che nasce non appena la guerra, anzi la sola notizia della guerra, cala nella vita normale, rendendo immediatamente assurdi i suoi riti ed automatismi: "I tram continuano ad andare, gli onorari ad essere pagati, ma nella nuova prospettiva, secondo la nuova teleologia, niente ha più senso". 



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