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LETTURE/ Perché non basta un libro a darci la felicità?

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George Steiner (Immagine d'archivio)  George Steiner (Immagine d'archivio)

Ma l'ebreo Steiner si spinge oltre e ricorre alla carnalità del cristianesimo e delle sue categorie per cogliere la dinamica dell'incontro con la Presenza. Per questo, la "visitazione" inaspettata assume i caratteri dell'Annunciazione e del miracolo eucaristico, i due avvenimenti che ci ricordano che «siamo monadi perseguitate dal desiderio di comunione». 

Dall'eccezionalità di questo incontro può maturare solo la gratitudine. In fondo, sembra dirci Steiner, è un assedio che abbiamo sempre atteso; viene in soccorso alla "straniamento della nostra condizione", senza mitigarlo ma acuendo la percezione di essere una "terra incognita" a noi stessi. In tale gratitudine si nasconde l'inizio della vera libertà. Infatti, nell'avvenimento dell'incontro con la Presenza nascosta nell'opera, il lettore è libero o meno di accettare la sua potenza comunicativa. Ha il "diritto" di essere sordo, indifferente, di opporre "il vuoto di percezione all'opera". Ma questo, come spiega Steiner, è «il diritto assoluto di coloro che sono privi di libertà» (Vere Presenze, p.149) perché la vera libertà nasce da una gratitudine disposta ad accogliere. «Laddove la serietà incontra un'altra serietà, l'esigenza un'altra esigenza […] laddove l'arte e la poetica […] incontrano il potenziale ricettivo di uno spirito libero, succede ciò che si avvicina il più possibile a una realizzazione esistenziale della libertà» (Vere Presenze, p. 150). 

Custodire gelosamente il proprio passato letterario, artistico, musicale, farne memoria, significa aprirsi alla possibilità di questo incontro miracoloso con la "vera presenza", il cui dono più grande è il senso di profonda gratitudine che apre alla vera libertà.

Eppure l'incontro è pienamente estetico. Se la "presenza" di cui parla Steiner assume i tratti di un entità misteriosa, di un eccedenza che rende ultimamente "significativa" ogni opera, il suo valore rimane circoscritto al piano culturale. In altri termini, la scommessa sulla trascendenza o sulla "vera presenza" del senso rimane un'ipotesi utile allo sviluppo dell'arte ma non incide realmente sull'esistenza e non limita la crudeltà della storia. La barbarie del XX secolo è l'espressione del fallimento dell'ideale umanistico, il segno tangibile di una promessa tradita perché l'annuncio estetico della "vera presenza" non ha arrestato la violenza della storia. La risposta della critica è quindi spuntata e vive di una connaturale impotenza etica. Forse è proprio tale debolezza dell'arte che conduce Steiner a oscillare continuamente tra l'idea di "vera presenza" e quella di "ipotesi di senso". Come scrive in La barbarie dell'ignoranza, la scommessa sulla trascendenza è «un salto verso quello che non si può provare, è solo un'ipotesi: potrebbe non esserci questa riassicurazione».



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