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LETTURE/ Perché non basta un libro a darci la felicità?

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George Steiner (Immagine d'archivio)  George Steiner (Immagine d'archivio)

C'è una profonda spaccatura nel pensiero di Steiner: l'opera creata non ha niente a che vedere con l'esistenza umana dove la posta in gioco è molto più alta. Se sul piano artistico può ancora valere l'idea di un'ipotesi di senso che sorregga l'intero edificio artistico, di fronte alla concreta fatica dell'esistere si sgretola ogni presenza che mantenga solo un carattere ipotetico.  

Non è sufficiente "l'ipotesi" di un Senso e i contorni della "vera presenza" sfumano in direzione del «peso insopportabile della sua assenza» (La barbarie dell'ignoranza 2005, p. 68). 

Inchiodata alla sola dimensione "culturale" l'Annunciazione di Steiner è senza promessa, il miracolo eucaristico incapace di salvezza.

Che memoria può essere quella che da una parte considera Omero, Shakespeare, Heidegger, Bach i pilastri della cultura occidentale e dall'altra finisce per ridurli a rifugio dove ripararsi dalle crudeltà di una storia ingiusta? Quale libertà può scaturire dalla letizia così effimera come quella del piacere unicamente letterario ed estetico?

È l'abbraccio di un'altra "presenza" quello che attendiamo. Quello che è iniziato in una grotta a Betlemme e che ci sostiene nel sopportare la fatica quotidiana vincendo il nostro male. È solo in virtù di questa Promessa che abbraccia il desiderio dell'uomo che è possibile parlare, in misura minore, della "scossa della corrispondenza" provocata dai grandi capolavori della cultura occidentale.



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