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IDEE/ Chi può colmare il "deserto" culturale che ci ha lasciato la Dc?

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Giotto, Il sogno di Innocenzo III (particolare; 1295-99) (Immagine d'archivio)  Giotto, Il sogno di Innocenzo III (particolare; 1295-99) (Immagine d'archivio)

Ma la novità che inquieta è la messa in discussione, anzi sotto accusa, dell'uomo stesso. È come se alla radice delle tonalità psicologiche rattrappite che prevalgono vi fosse un moto di sfiducia, anzi discredito, nei confronti dell'umano. 

Questa dinamica ha svariate cause. Sono state avanzate dai relatori alcune ipotesi sulle sue radici prossime più importanti, che qui provo a sintetizzare. Il punto cruciale è forse che il postmoderno è il tempo in cui la libertà si è trasformata in solitudine. La ricerca dell'autonomia è sfociata nella prigionia in se stessi, dimenticando che i legami sono la condizione proprio per essere se stessi, e che la coesione sociale nasce da tali legami molto più che dalle leggi. Così l'altro è diventato invisibile, e peggio che per egoismo: per cecità (Bagnasco). Al di là della falsa opzione tra autonomia ed eteronomia, l'esigenza di un umanesimo cristiano, nutrito della libertà ma attento a non cadere nel delirio di onnipotenza che non sa più né riconoscere il reale né ammettere l'impotenza nella quale noi tutti veniamo al mondo e usciamo da esso (Magatti), è allora più urgente che mai. Sentire la dignità dell'uomo, come certamente ancora moltissimi riescono, ma senza più saperne affermare e amare l'identità, significa farne un anonimo strumentalizzabile, che giace inerme sul ciglio della strada come nella vicenda del Samaritano, nella quale, come ha osservato il cardinale Bagnasco nella sua lezione inaugurale, la questione del dare nome, del sapere riconoscere colui che grazie a ciò da anonimo diventa prossimo, è nascostamente centrale. È un programma ambizioso, ma proprio perciò è l'unico che possiamo proporci: il cristianesimo può e deve fungere da rinnovata riserva critica, serbando la consapevolezza che quale autentica liberazione dal dolore esso non si risolve nella carità a se stante, senza una dimensione di trascendenza (come è stato notato dal laico Salvatore Natoli).

Occorrerà, io credo, riprendere il discorso, cercare di incidere sull'andamento complessivo di questa crisi sfaccettata. Al di là delle ipotesi probabilmente illusorie di una rinnovata forma dell'impegno cattolico in politica, l'essenziale è che coloro che si riconoscono in queste preoccupazioni non rinuncino a farne la bussola del proprio impegno. Non a caso nel suo intervento Galli della Loggia ha ripreso una celebre e scomoda analisi, svolta tra altri da Augusto Del Noce, che osservava che all'influenza centrale del grande partito dei cattolici nella cosiddetta prima Repubblica, si era accompagnata l'indifferenza per il ruolo e il peso della sfera culturale: il che, una volta finito quel ruolo politico, ha lasciato quasi un vuoto. Ora, tale vuoto di una cultura cattolica condivisa ed appropriata, ha inciso drammaticamente sulle dinamiche del Paese. Pertanto, senza un'elaborazione culturale non si saprà essere all'altezza della sfida antropologica. Si può sperare che l'arcivescovo di Perugia Bassetti, che nel concludere il convegno da lui fortemente voluto ha testualmente osservato che era stato indimenticabile, abbia con ciò indicato, in qualche modo, anche l'impegno programmatico a non far deperire i semi gettati ad Assisi.

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