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LEWIS HINE/ New York, 1929: il "folle volo" che sfidò la Grande Depressione

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Foto di Lewis Hine (Immagine d'archivio)  Foto di Lewis Hine (Immagine d'archivio)

È il settembre del 1929 (pochi giorni prima del crollo di Wall Street) quando a New York viene firmato il contratto per erigere il grattacielo più alto del mondo: l'Empire State Building. In venti mesi (l'inaugurazione è prevista per il maggio del 1931), alla velocità impressionante di un piano e mezzo al giorno, uno dopo l'altro vengono edificati in altezza qualcosa come 376 metri, suddivisi su 102 piani (85 reali più i 17 fittizi della torre), per un totale di 190mila metri quadrati, 6400 finestre e 67 ascensori. Un'opera sconvolgente, titanica, che ha fatto parlare di sé il mondo intero (almeno finché non le sarà affiancato il Rockfeller Center) e che ha avuto in Wickes Lewis Hine il suo più attento e geniale biografo. 

Attraverso decine e decine di nitidi scatti in bianco e nero, Hine non ha semplicemente documentato il crescere dell'architettura (che già aveva dell'incredibile), ma ha attestato l'epica stoicità dei gesti, della forza e del lavoro di centinaia di giovani uomini – dal profilo prassitelico e dal corpo erculeo -  che su quei tralicci, su quelle putrelle larghe quanto la pianta dei loro piedi, in equilibrio precario, sospesi nel vuoto e a centinaia di metri dal suolo, senza protezioni e senza la minima sicurezza, hanno rischiato la vita (alcuni vi troveranno anche la morte), in nome di un ideale, di quella storia che si esemplifica per monumenti e che tralascia gli aneddoti. 

Più o meno negli stessi anni, in un'Italia serrata nella morsa della dittatura, Sironi dipinge città titaniche, fortezze dai volumi solidi e inespugnabili, in omaggio non già all'architettura, ma alla volontà e all'ardire dell'umanità che quella costruzione ha voluta. Allo stesso modo Hine, che stava vivendo con tutta l'America i difficili anni della Depressione, più che dalla sapienza ingegneristica è attratto dalla capacità dell'uomo di fare cose grandi, è affascinato dal coraggio che lo spinge continuamente a superarsi e ad avvicinarsi, almeno per quanto gli è possibile, a una dimensione di eternità. 

La fatica, la precarietà, la drammaticità del lavoro, il rischio mortale, la povertà dei compensi percepiti, esistono. L'artista non li dimentica. Ma non sono l'ultima parola, perché qualcosa di più grande c'è nel destino dell'uomo. Qualcosa di cui il grattacielo è la metafora e l'indizio.

Davanti a questi scatti – privi di prosopopea e di compiacimento, anzi obiettivi e lucidi come devono essere i documenti, o meglio, per usare le sue stesse parole, i "documenti umani" o "interpretazioni dell'industria" -, vengono in mente le parole di Massimo Bontempelli, scritte appena qualche anno prima: "Occorre reimparare l'arte di costruire, per inventare i miti freschi onde possa scaturire la nuova atmosfera di cui abbiamo bisogno per respirare. […] quando avremo collocato un nuovo solido mondo davanti a noi la nostra più solerte occupazione sarà passeggiarlo ed esplorarcelo; tagliarne blocchi di pietra e porli uno sopra l'altro per mettere su fabbricati pesanti […] geometria solidamente campata di fuori".



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