BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FENOGLIO/ La storia di un "matto" che voleva scrivere libri

Pubblicazione:

Infophoto  Infophoto

Guido Chiesa, il regista del Partigiano Johhny, ha suggerito in un'intervista di approfondire il rapporto di Fenoglio con la madre. Di lei la figlia Marisa ha tracciato un ritratto fortissimo, di donna inquieta, "un impasto di scariche adrenaliniche", che sembrava non conoscere la tenerezza, ma che in realtà possedeva una spiccata empatia verso il prossimo. Di origini umili, seguì i consigli del sacerdote che le raccomandava di far studiare i figli, perché avevano la testa "fine": lo comprese e volle per tutti (Beppe, Valter, Marisa) gli studi superiori. Ed era orgogliosa di interrogarli sulle declinazioni in un angolo della macelleria tra lo stupore dei clienti: rosa, rosae, rosae… 

Nel racconto "Ettore va al lavoro" (estrapolato dalla Paga del sabato) il protagonista, alter ego di Fenoglio, è al centro di scontri titanici con la madre. La scintilla era dovuta al vizio del fumo, ai soldi spesi, ma il motivo sotterraneo era il mancato inserimento nella vita "borghese": "Ettore pensava che costoro che si chiudevano tra quattro mura per le otto migliori ore del giorno, e in queste otto ore fuori succedevano cose, nei caffè e negli sferisteri succedevano memorabili incontri d'uomini, partivano e arrivavano donne e treni e macchine, d'estate il fiume e d'inverno la collina nevosa. Costoro erano tipi che niente vedevano e tutto dovevano farsi raccontare, i tipi che dovevano chiedere permesso anche per andare a veder morire loro padre o partorire loro moglie. E alla sera uscivano da quelle quattro mura, con un mucchietto di soldi assicurati per la fine del mese e un pizzico di cenere di quella che era stata la giornata". 

La madre di Fenoglio apparentemente mal tollerava la bizzarria del figlio scrittore (magari in contrasto con la carriera fulminante in azienda di Valter). Eppure, racconta Marisa, era proprio lei a credere più di tutti in lui. 

Fu lei, lo ricorda Marisa nel memoir Il ritorno impossibile, nel 1947 ad "affittare" una macchina per scrivere per il figlio. Venne "sorpresa" dalla zia Elvira e nacque un vivacissimo dibattito: 

"Dove vai?".

"Vado da Rotellini in via Maestra ad affittare una macchina per scrivere".

"Una macchina per scrivere? Per chi?".

"Per Beppe".

"E perché?".

"Vuole scrivere".

"Ma è diventato matto?".

"No! Vuole scrivere! Scrivere libri".

"Allora siete diventati tutti matti!".

"Tu non capisci niente Elvira! E non hai neanche bisogno di capire! Tu puoi continuare a dare del matto agli scrittori perché li vedi da lontano. Io invece ne ho uno in casa…". 

Istinto di una madre che vedeva con occhio limpido e profetico il destino del figlio. Gli sarebbe sopravvissuta 26 anni, chissà forse aveva bisogno di molto tempo per difenderlo da tutto e da tutti. 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >