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LETTURE/ L'Irlanda, il massone Kipling e il cristiano Chesterton

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Gilbert Keith Chesterton (Immagine d'archivio)  Gilbert Keith Chesterton (Immagine d'archivio)

Prima e dopo la drammatica cesura della Pasqua di Sangue nell'aprile del 1916, le vicende di due grandi scrittori inglesi si incrociano con la sorte dell'Irlanda. Il primo autore è Rudyard Kipling, considerato – a torto o a ragione – il cantore ufficiale del colonialismo britannico. Di vedute tutt'altro che concilianti nei confronti dei "sudditi" irlandesi, Kipling assume un atteggiamento più accomodante all'inizio della Grande Guerra, quando si tratta di trovare un reggimento nel quale arruolare John, l'unico suo figlio maschio. Il ragazzo ha ereditato la miopia del padre e questo, insieme con una personalità non troppo spiccata, lo rende inadatto alle destinazioni più prestigiose. La scelta cade sulle Irish Guards, una compagine di formazione recente nella quale John entra con il grado di sottotenente grazie all'interessamento del padre. Cade durante la concitata battaglia di Loos, che nel settembre 1915 segna una sanguinosa battuta d'arresto per le truppe alleate sul suolo francese. John Kipling muore all'età di 18 anni e il suo corpo – ossessivamente cercato dal padre negli anni successivi al termine del conflitto – non sarà mai più ritrovato.

L'altro scrittore è Gilbert Keith Chesterton, che in Irlanda arriva nell'autunno del 1918. La fine delle ostilità è ormai imminente, ma questo neppure il prodigioso Gkc può saperlo. La sua preoccupazione, quando mette piede in quella provincia del Regno, è di convincere gli irlandesi a continuare a combattere a fianco dell'Inghilterra, nonostante tutto. Nonostante la ferita ancora aperta dell'Easter Rising e nonostante Chesterton, in cuor suo, sia convinto che gli irlandesi stessi siano nel loro buon diritto. 

Ai suoi occhi, infatti, gli abitanti dell'isola sono un popolo di contadini e i contadini sono signori di se stessi. Di sicuro non possono accettare di assoggettarsi ai "mercanti" che dalla City pretendono di renderli schiavi. A differenza del massone Kipling, il cristiano semplice Chesterton (che in questo momento non ha ancora formalizzato la conversione al cattolicesimo) non ha entrature da sfruttare. Ha a disposizione solo il suo inesauribile talento. Di conferenziere, nella fattispecie. Spesso, a conversazione conclusa, qualcuno dal pubblico si avvicina e gli chiede se, per caso, l'oratore non abbia un po' di sangue irlandese nelle vene. Lui assicura di no, ma quelli cortesemente insistono.

Se vi sembra una scena da teatro dell'assurdo è solo perché Samuel Beckett era nato a Foxrock, non lontano da Dublino, e probabilmente anche Vladimir ed Estragone erano di quelle parti. Per capire la loro interminabile attesa di Godot bisogna mettere da parte la retorica sull'Isola di Smeraldo e guardare l'Irlanda come la vide Chesterton: una terra cupa e a tratti brulla, contraddistinta dalle dominanti del kaki e del marrone. 



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