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LETTURE/ la lezione di Varlam Šalamov: se essere innocenti è una colpa

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Esce in questi giorni il volume di Luigi Fenizi Varlam Šalamov: Storia di un colpevole d’innocenza (Scienze e Lettere, Roma 2012). Per mera coincidenza, sempre in questi giorni al Teatro dell’Opera di Roma è in scena Il Naso di Dmitrij Šostakovic (Il Sussidiario del 30 gennaio). C’è un nesso forte tra i due lavori: sia Šalamov sia Šostakovic erano geni precoci che avevano abbracciato il comunismo inteso come rinnovamento ed equità sociale coniugata con libertà. Il poeta e scrittore soffrì la regione più disperata della Siberia e la schiavitù. Il compositore venne discriminato proprio dopo le prime 14 recite de Il Naso a 24 anni e messo al bando qualche anno dopo non appena venne in scena la sua seconda opera per il teatro.

Nonostante Šostakovic si fosse gradualmente allineato, e da patriota avesse composto la Settima Sinfonia (in programma a Roma a fine maggio) sui novecento giorni di assedio di Leningrado, rimase per tutta la vita marcato dal peso dello stalinismo. Differente, e molto più crudele, il fato di Šalamov: tre finti processi, torture, umiliazioni, discriminazione (anche dopo la fine della pena), povertà. Non sta certo a me raccontare le vicende della vita di Šalamov; il libro lo fa perfettamente e brillantemente. Dovrebbe essere letto nelle facoltà di scienze politiche e sociali perché, come ricorda Luciano Pellicani nella sua postfazione, è un’analisi asettica, e quindi tanto più spietata, dei “farisei della giustizia”. 

Né Fenizi né Pellicani ricordano che, negli anni delle purghe di Mosca, uno dei protagonisti del “fariseismo della giustizia” fu Palmiro Togliatti, come documentato da Elena Aga Rossi e Viktor Zavlasky nel loro libro Togliatti e Stalin (2007). Ancora meno sono coloro che rammentano che dopo cosiddetta la svolta di Salerno, Togliatti fu quattro volte ministro della Giustizia, per legge assunse, senza concorso, 400 avvocati (tutti vicini al Pci) come magistrati, e che inizialmente la scuola delle Frattocchie era dedicata alla preparazione ai concorsi per la magistratura in modo che i futuri magistrati “organici” al Partito venissero selezionati da commissari anche essi “organici”. Negli anni di Mosca, il leader del Pci aveva appreso che il commissario del popolo alla Giustizia aveva un potere maggiore di quello dello stesso Stalin e che, nell’Italia assegnata all’Occidente dal vertice di Yalta, erano necessari “farisei della giustizia” per detenere il potere effettivo, senza averne le relative responsabilità politiche di fronte all’elettorato. Il libro di Fenizi ci illustra come utilizzare tale potere. 



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