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TERRA SANTA/ Ai piedi del monte degli Ulivi, un mosaico mette "insieme" cristiani e musulmani

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“Non conoscevano il significato di questa eredità culturale − spiega Raed −, sapevano poco dei mosaici, dell’archeologia, del suo significato anche religioso. Giorno dopo giorno li ho visti cambiare. Li ho visti diventare sempre più sensibili, più precisi, più responsabili, più consapevoli di ciò che stanno facendo. Li vedo prendere coscienza di come questo progetto possa essere un punto di partenza per un lavoro futuro. Iniziano a chiedersi dove e come potranno mettere a frutto queste conoscenze. A Gerusalemme – in Palestina, più in generale – le condizioni di vita difficili, la povertà, l’occupazione, per molto tempo hanno distolto l’attenzione dalla conservazione dell’eredità culturale, per questo ci impegnamo in un lavoro educativo che ci permetta di non perderla, di conservare il nostro passato”.

È lo stesso spirito che anima Khaled, che due volte la settimana porta in visita nella Basilica del Getsemani – ad ammirare questo luogo e i lavori di restauro − gruppi di studenti dalle scuole di Gerusalemme Est, la parte araba della Città Santa. Hanno tredici o quattordici anni e molti di loro, musulmani, entrano in una chiesa per la prima volta. 

“Quando ho iniziato a proporre la mia idea, devo ammettere di avere raccolto diversi pareri negativi, sia dagli insegnanti che dalle famiglie dei ragazzi – spiega –. Molti erano dubbiosi, si chiedevano se fosse opportuno che accompagnassi i loro alunni, i loro figli, in un luogo cristiano”.

Khaled ha incontrato i genitori, con il sostegno di altri insegnanti che invece erano convinti come lui della bontà di questo progetto. 

“Ho cercato di spiegare loro quanto sia importante far crescere la consapevolezza di ciò che tutte le persone di questo popolo – cristiane e musulmane – hanno in comune. Penso che una cosa bella come l’arte, il mosaico, possa essere un mezzo per cementare la nostra cultura, per riscoprirne la storia comune, per mostrare che possiamo convivere con le nostre diversità se conosciamo quello che ci unisce, ma anche se ci conosciamo sempre meglio l’un l’altro”.

Il progetto è partito, e ha successo: “I ragazzi sono curiosi. Parlo loro della nostra storia, della nostra identità e poi dei mosaici. Mi fanno molte domande, che riguardano la chiesa, il cristianesimo, ma anche questo lavoro, il restauro, la conservazione. Molti di loro escono di qui dicendomi che gli piacerebbe potersi occupare di questo... e chissà che tra di loro non ci siano gli apprendisti di domani. Quello di cui sono convinto è che solo conoscendo la propria storia potranno fare qualcosa di buono per il nostro futuro”.



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