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GABRIELE BASILICO/ La bellezza ha bisogno di qualcuno capace di vederla

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Gabriele Basilico (1944-2013) (InfoPhoto)  Gabriele Basilico (1944-2013) (InfoPhoto)

Basilico era milanese. E questo suo esercizio di indagine con la macchina fotografica (o meglio, con il banco ottico) era iniziato proprio nella sua città. Alla fine degli anni 70 aveva realizzato uno di quei lavori celebri che ho già citato, e che aveva intitolato non a caso “Ritratti di fabbriche”. In agosto, nella città deserta, aveva fotografato in periferia i luoghi di lavoro. Luoghi spesso consumati dall’usura, vecchi capannoni, ciminiere, architetture scarne: eppure una volta finito questo suo viaggio, viste nell’insieme, tutti scoprivamo non solo un’imprevista bellezza, ma addirittura un ordine, una coerenza, un equilibrio di forme che non era esito di una pianificazione ma semmai espressione di una vita. La vita della sua città. Volle chiamarli “Ritratti”, definizione che non pertiene a degli edifici, proprio per rendere più chiaro il fatto che quelle architetture esprimevano il volto di una città, il suo modo di essere, di lavorare, di concepire la vita. Gli uomini non c’erano, ma tutto in quelle foto parlava degli uomini, delle loro giornate, delle loro fatiche, dei loro affetti, del loro modo di stare insieme e di costruire.

Personalmente sono molto grato a Gabriele Basilico perché ho visto in lui un artista che non ha snobbato la realtà. Nei suoi lavori infatti non c’è mai ombra di una recriminazione rispetto alle cose. Direi anzi che la sua grandezza è proprio in questa apertura di credito che si trasformava in input sempre chiari all’apprecchio fotografico, strumento del suo mestiere. Non aveva bisogno di trasfigurare la realtà per farla sembrare “altra”. Doveva solo cercare, guardare, e poi aprire l’obiettivo nel punto giusto. Così la realtà ogni volta si ricomponeva con una semplicità lineare e inattesa. Basilico, in fondo, oltre che un grande fotografo è stato un grande maestro di sguardi.



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