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GABRIELE BASILICO/ La bellezza ha bisogno di qualcuno capace di vederla

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Gabriele Basilico (1944-2013) (InfoPhoto)  Gabriele Basilico (1944-2013) (InfoPhoto)

Di Gabriele Basilico, il grande fotografo milanese morto ieri, ho questo ricordo: avrebbe voluto fare un giorno un lavoro sulle nuove chiese costruite dagli anni 60 in poi. Io gli chiedevo perché, visto che in gran parte quelle chiese sono così brutte. E lui, con molta semplicità, mi ribatteva che la vita sa rendere interessanti e anche belle anche le cose brutte. In questa risposta c’è tutto lo spirito di Gabriele Basilico, forse il più importante fotografo di archittettura al mondo, presenza contesa da tutte le riviste internazionali, autore di lavori già entrati nella storia, come il ciclo sulle Fabbriche a Milano, quello dei porti francesi nella Mission Datar, o il ciclo di foto nella Beirut distrutta dalla guerra (una di queste è finita in copertina di Cattedrali, il libro di Luca Doninelli che lui amava come pochi altri). 

Le immagini di Basilico non hanno mai presenze umane; quando girava per le città cercava pazientemente le prospettive giuste girando in modo infaticabile e poi aspettava altrettanto pazientemente l’istante in cui l’inquadratura era il più possibile sgombra. Eppure quando si guardano le sue foto questo è un particolare che quasi sfugge. Il fatto è che le sue architetture necessariamente (cioè per ragioni professionali) libere da elementi di “disturbo”, sono sempre impregnate di presenze umane. Respirano quelle presenze che non si vedono. C’è ad esempio una delle sue foto più famose, scattata la sera in via Ferrante Aporti a Milano, dove si vedono le geometrie regolari di un palazzone anni 60 e il buio è interrotto solo dalla luce accesa dietro le finestre: Basilico, con quell’immagine, sembra calamitare il nostro pensiero verso chi sta dentro. Un’immagine piena e bellissima, checché si pensi di quel palazzone.

Basilico non fotografava le belle città. Iniziò negli anni 60 alla scuola di quello straordinario poeta delle immagini che fu Luigi Ghirri: fu lui a lanciare una nuova generazione di fotografi (tra i quale anche Giovanni Chiaramonte) invitandoli a quel Viaggio in Italia che è una dei più bei capitoli della storia recente non solo della fotografia ma anche della cultura italiana. Basilico in quell’esperienza lasciò maturare uno sguardo capace di non censurare niente. Uno sguardo capace di scovare geometrie e ordine anche in angoli di città sui quali cadono sempre i nostri sguardi di disprezzo. Con pazienza cercava il punto di vista, la prospettiva disvelatrice e alla fine dimostrava, con l’evidenza di foto che lasciano ogni volta con il fiato sospeso, come la bellezza possa annidarsi ovunque. 



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