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PAPA/ La rinuncia di Benedetto? Così una ragione nuova diventa vita

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Caravaggio, Incredulità di San Tommaso (1600-1, particolare) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Incredulità di San Tommaso (1600-1, particolare) (Immagine d'archivio)

«Nel cristianesimo – pertanto – la razionalità è diventata religione e non più il suo avversario» . E questo si deve all’unione delle due dimensioni della religione – quella creaturale e la dimensione salvifica – che nel cristianesimo si legano insieme in modo inscindibile. La ragione è diventata religione, perché il Dio della razionalità è entrato nella storia. La fede cristiana costituisce, allora, l’unica opzione che l’uomo ha per attestare la priorità della ragione: l’incipit del vangelo di Giovanni è, del resto, un segno inequivocabile – nel pensiero di Benedetto XVI – che «al principio di tutte le cose c’è la forza creatrice della ragione, il Logos», che spazza via le teorie previsionali e casuali di Popper sull’origine del reale. Come mai, allora, si è giunti oggi a dichiarare contradditori se non opposti tra loro, razionalità e cristianesimo? È questa una domanda alla quale non si può rispondere facilmente senza porsi la questione del fondamento della razionalità, vale a dire, del fondamento dell’intelligenza della realtà.

Ed è proprio chiarendo il significato del termine ragione che occorre prendere le mosse per poter comprendere l’atto “rivoluzionario” di Benedetto XVI. Con buona pace di tutti i nostri maître à penser, non vi è alcun complotto ordito ai danni del Papa, né l’annuncio di una secolarizzazione, né tanto meno una più equa distribuzione dei poteri. Chi fa affermazioni di questo tipo non sa quello che dice ma sa, certamente, di essere in “malafede”: il fatto stesso che non si possano esibire riscontri fattuali rende queste dichiarazioni non soltanto inutili (questo sarebbe il meno) ma dannose per l’intera umanità. Non sono tentativi di spiegazione, ma teorie ben congeniate per distoglierci dalla semplicità dei fatti e dal verificarne liberamente la loro valenza.

Per questo motivo occorre, come disse Benedetto XVI nel già citato discorso di Regensburg, allargare il «nostro concetto di ragione e dell’uso di essa», suggerendo – poi – che questo sarà possibile solo se «ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo: se superiamo la limitazione auto decretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza». Fin quando la ragione troverà la sua applicazione solo agli ambiti funzionali del sapere tecnico-scientifico, assisteremo a quella che potremmo definire un’ipertrofia di tale uso, e lasceremo tutto il problema dell’uomo a forze irrazionali, occulte e magiche a un tempo. E questo ci porterà a non riuscire a giustificare razionalmente un gesto come quello del Papa: anche chi è credente, a volte, bloccandosi di fronte all’imponenza di un atto così emblematico, non riesce a coglierne tutta la portata della ragione. Ma così non si fa altro che contribuire alla disintegrazione dell’uomo e alla rappresentazione di una patologia della religione, anche di quella cristiana.



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