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PAPA/ La rinuncia di Benedetto? Così una ragione nuova diventa vita

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Caravaggio, Incredulità di San Tommaso (1600-1, particolare) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Incredulità di San Tommaso (1600-1, particolare) (Immagine d'archivio)

Un’immensa libertà che prorompe da una ragione semplice. Il gesto delle dimissioni di Benedetto XVI, «di grande importanza per la vita della Chiesa» può lasciare sgomenti, può invocare complotti, può sorprendere i credenti, può addirittura – come nell’editoriale che Eugenio Scalfari ha scritto su Repubblica l'altro ieri (12 febbraio 2013) – evocare fantasiose immagini di una laicizzazione della Chiesa, ma può anche essere letto nel quadro di un Magistero che ha fatto del rapporto tra fede e ragione il cuore del messaggio cristiano. Una fede che non agisce alla luce della ragione, non è fede. Come il Papa ebbe a dire all’interno del tanto ricordato discorso all’Università di Regensburg nel 2006: «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio». È, dunque, all’interno della dinamica fede-ragione-libertà che può essere colto il possibile cammino che Benedetto XVI vuole compiere e vuol far compiere all’uomo di oggi.

Del resto, durante la XXIV Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici, parlando della missione propria dei laici, aveva anche affermato che «spetta ai fedeli laici mostrare concretamente nella vita personale e familiare, nella vita sociale, culturale e politica, che la fede permette di leggere in modo nuovo e profondo la realtà e di trasformarla”, aggiungendo subito oltre che “il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà, chiave di giudizio e trasformazione».

Mi sembra, perciò, di grande rilievo, per il momento storico che stiamo vivendo tutti, credenti e non, comprendere a fondo l’uso che Benedetto XVI fa della ragione, offrendoci un metodo che chiarisce alcuni punti chiave del rapporto tra fede e ragione. Innanzitutto, il carattere gnoseologico o, ancor meglio, epistemologico della fede: la fede, in quanto conoscenza, permette una lettura piena e nuova della realtà. Anzi, solo attraversando una tale intelligenza che si attua nella fede, è possibile un giudizio nuovo sulla realtà tutta. Quali sono le ragioni di una simile posizione? È possibile ammetterne una pertinenza ragionevole?

Per andare pienamente a fondo di una tale posizione occorre riandare a un testo sulla razionalità del cristianesimo nel quale l’allora cardinale Joseph Ratzinger mostrava come il cristianesimo, a differenza delle religioni dell’antichità greco-romana, non si sia basato su immagini e percezioni mitiche, bensì si richiami a quel divino che può essere percepito anche dall’analisi razionale della realtà. Tutta l’argomentazione di questo passaggio è condotta attraverso la discussione che Agostino ha intrapreso con la filosofia religiosa di Marco Terenzio Varrone, riguardo alla natura del discorso teologico nelle religioni antiche e nel cristianesimo, attribuendo a quest’ultimo il suo posto nell’ambito della “teologia fisica”, a differenza delle religioni antiche che si basano su immagini e presentimenti mitici, la cui giustificazione è possibile rintracciare solo nella loro utilità poetico-politica.



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