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LETTURE/ Carlo Maria Maggi: raccomandazioni ai politici per non farsi odiare

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La visione armonistica della corresponsabilità fondata sulla pluralità delle parti e sul loro dialogo irrinunciabile con la solidarietà del tutto che le ricomprende era la grande intuizione che è stata alla base della più classica filosofia “pratica” di matrice aristotelica. L’Occidente cristiano l’ha reincorporata nei suoi assi fondamentali di organizzazione della visione del mondo, intrecciandola con la mistica neo-testamentaria della Chiesa equiparata a un corpo intessuto di molte membra, annodate nell’unità coerente di una comunione che era anche una comunione sociale. La Scolastica, rilanciando la simbiosi di fede e ragione, ha reinterpretato Aristotele per farne il codice di una rappresentazione del destino ideale della comunità umana regolata dalla disciplina oggettiva delle “virtù” imposte dalla natura, subordinata al perseguimento dei fini intrinseci del bene autentico dell’uomo, incanalata dentro limiti invalicabili infrangendo i quali si scadeva nella corruzione demoniaca del sopruso, della violenza, della tirannide, dell’esercizio del potere chiuso in se stesso e autoreferenziale.

Saldando fine ideale e natura oggettiva dell’uomo come “animale politico”, in questo robusto alveo della tradizione si sono costruiti i mattoni di una pedagogia etico-religiosa (o di una “filosofia morale”, altrimenti detto) quanto mai autorevole e condizionante, che attraverso i mille rivoli della trattatistica scritta, della direzione delle coscienze, della formazione civile e cristiana delle classi dirigenti e degli uomini di corte, ha influenzato in modo penetrante la mentalità e i comportamenti di coloro che la politica l’hanno poi esercitata davvero in prima persona, nei lunghi secoli che dal mito fondativo del “principe cristiano”, sopravvissuto a Machiavelli e alle fratture religiose del Cinquecento, arrivano fino alla “ragion di Stato” di matrice gesuitica, fino a Bellarmino e a Bossuet, nel cuore degli esiti più maturi dell’Antico Regime aristocratico, prima di essere spazzati via dalla Rivoluzione e soprattutto dai suoi sviluppi più risolutamente moderni e definitivi.

Persino la scrittura poetica, in questa lunga continuità di un approccio eticamente fondato alla missione della politica, si prestava a fare da veicolo per disseminare nel corpo della società cristiana le parole chiave del discorso scolastico-aristotelico sul fine regolativo ideale del governo della comunità umana. Non ne discettavano solo i grandi maestri del sapere teologico e filosofico, ai piani alti dell’edificio della cultura. La grammatica dell’etica applicata alla realtà politica era la dilatazione inevitabile, in senso generale, del catechismo delle virtù morali applicate all’esistenza individuale del singolo. Come si agiva davanti all’intimità del proprio io e nello spazio della propria casa, così ci si doveva comportare per gestire in modo razionale e civile la convivenza di tutti nell’arena aperta della res publica. E coloro che dell’universitas dei cittadini reggevano il peso erano i primi tenuti a porsi come specchio paradigmatico del modo secondo cui occorreva misurarsi con i doveri imposti dal proprio stato di vita.



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