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LETTURE/ Carlo Maria Maggi: raccomandazioni ai politici per non farsi odiare

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Non sempre, è ovvio, ci si riusciva pienamente. Dalla fragilità del male non erano di sicuro esentati i super-uomini che guidavano gli eserciti o sovraintendevano alle magistrature e ai tribunali dello Stato moderno. Ma almeno un compito era loro additato con decisione. Era prescritto un modello, vincolante per tutti, e su quello tutti erano esposti al dovere irrinunciabile di essere giudicati, di ricercare la loro legittimazione, puntando al premio agognato della restituzione di una fiduciosa, leale, veramente motivata obbedienza da parte di sudditi e sottoposti. Si può obbedire fino in fondo solo al sovrano o al capo che merita di farsi amare per quello che è, non solo per l’immagine che di sé è in grado di alimentare artificialmente.

Tutto quanto abbiamo detto lo possiamo vedere riflesso, come in un emblema suggestivo, nei versi in dialetto “meneghino” di una composizione che ci ha lasciato l’intellettuale di punta della capitale dello Stato del nord Italia su cui aveva esteso la propria autorità la corona di Spagna tra Cinque e Seicento. Si tratta dell’oggi dimenticato Carlo Maria Maggi, segretario del Senato di Milano, professore di latino e di greco nelle prestigiose Scuole Palatine, ma anche fertile commediografo, poeta, padre fondatore della tradizione letteraria in lingua milanese dei secoli dell’età moderna. Un grande letterato umanista, devoto cristiano, cresciuto alla scuola dei classici ma che sapeva parlare nel linguaggio del suo popolo, facendosi testimone dei valori ideali nutriti dalla fede in cui la totalità della società allora affermava di riconoscersi.

In occasione “d’un’accademia in cui avea discorso della vera politica l’eruditissima signora Elena Lusignani genovese, alla presenza di Sua Altezza il signor principe di Vaudemont governatore”, l’inventore della maschera di Meneghino colse lo spunto felice per dire la sua sull’indirizzo supremo di questa “verità” della politica, contrapponendola alle simulazioni ipocrite, alle bugie e agli infiniti intrighi dei falsi politici che erano solo dei “drittoni”, “addottorati all’Università dei lestofanti”. Si era molto probabilmente nel 1698, e nella pretenziosa “accademia” riunita dall’eccelsa famiglia Borromeo, che chiamava a raccolta il “fiore della nobiltà di questa metropoli”, si era voluto dare festosa accoglienza al nuovo ministro inviato da Madrid per vigilare sullo Stato di Milano: il principe Carlo Enrico di Lorena.

Davanti all’élite dei grandi della sua terra, il poeta milanese tornava semplicemente a farsi eco di una aspirazione che da secoli era stata al centro dell’immaginazione politica della cristianità europea. Per lui, saggio amministratore del potere pubblico non poteva che essere il politico antimachiavellico, il politico “virtuoso”. Egli solo era in grado di subordinare la tutela dei suoi fini alla virtù fra tutte suprema che era l’arte della benevolenza religiosamente ispirata, cioè la carità: imperfetta e sempre integrabile riproduzione umana della legge suprema che governa il fondo più nascosto dell’Essere, da cui tutto ciò che esiste prende vita e in cui ineluttabilmente è destinato a rifluire: “Perché rallegra il cielo chi imita insieme a noi il governo del cielo. Politica è questa cosa fondata per ogni verso sulla carità, che è quella che governa in Paradiso” (Chè felizeta el ciel / chi imitta con tutt nun / el governa del ciel. / Politega l’è questa / fondae in la caritæ par tugg i guis, / ch’è quella che governa in Paradis”).



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