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LETTURE/ Carlo Maria Maggi: raccomandazioni ai politici per non farsi odiare

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Le quotazioni della politica sono da molto tempo in forte ribasso. Svaniti nei fumi della delusione i sogni eccitanti delle utopie, crollati muri e recinti, è riemerso implacabile il volto più sinistro del pragmatismo: l’occupazione del potere e lo sfruttamento dell’egemonia hanno preso il posto, senza più validi freni, della dedizione al bene pubblico; strategie, programmi e scelte di uomini si sono piegati a diventare strumenti utili per raggiungere il proprio fine, con ogni mezzo, allungando ombre pesanti di sospetto sulla capacità di efficienza e sulla pulizia morale di quanti dovrebbero essere gli architetti dell’ordine complessivo della società di cui siamo parte. 

La politica sotto accusa dei nostri giorni è paragonabile a una veneranda signora dalla nobiltà decaduta, costretta a sgomitare per ritagliarsi un suo margine di credibilità, puntellato da maldestre operazioni di cosmesi, spesso soltanto superficiali. È la sostanza di fondo quella che si è logorata e sembra diventata merce rara. Quando la politica si riduce a mestiere, a competizione spasmodica per l’ascesa a posizioni di primato, perdendo di vista i suoi orizzonti ideali, i fini di riferimento, l’ampiezza dei desideri buoni a cui sarebbe tenuta a rispondere, è inevitabile che di essa resti in piedi poco più di una caricatura sgradevole. Si può immaginare che solo faticosi traghettamenti verso un altro modo di impostare i rapporti tra funzioni di governo e vita collettiva possano consentire, prima o poi, di portare rimedio a una crisi di fiducia che viene da lontano. Le sue radici più profonde stanno nello sgretolamento del senso di appartenenza al corpo solidale di un’unica comunità civica, chiamata a spianare la strada per il proprio futuro ricomprendendo in un destino condiviso le parti molteplici e le identità diverse, su molti fronti anche contrapposte, che entrano a comporla.

Un antidoto potente contro il rischio di scivolare nel pessimismo che immobilizza può però essere l’onesta ammissione che il volto degradato della funzione politica, messo sotto i nostri occhi dai mezzi di comunicazione, non è affatto l’unico che di necessità le si addica. La politica può essere anche un’altra cosa, molto più nobile e preziosa. Questa vocazione positiva che oggi si fatica a decifrare è stata inscritta, fin dalle origini, nella natura specifica della polis come universo complesso da ricompaginare nella sua pace interna e nella sua unità, per creare l’ambito favorevole in cui gli individui, entrando in relazione gli uni con gli altri, potessero sviluppare l’interesse dei loro beni privati tentando di armonizzarli con quelli concorrenti dei loro simili, innestando i loro egoismi soggettivi nell’incremento del bene comune che li scavalca, li riassorbe in sé e ne garantisce, alla fine, la stabile perpetuazione. 



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