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LETTURE/ Carlo Maria Maggi: raccomandazioni ai politici per non farsi odiare

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Il nuovo governatore di Milano era celebrato perché “quand se tratta de fà benefizii al popol governae, ghe va de sora via la caritae” (lui trabocca di carità). In mezzo al suo cuore, stava in primo luogo l’interesse risoluto “de fass amà”. E all’ambizione di essere benvoluti non si poteva rispondere che con uguale “sentor”: “è pur bello ripagare chi vuole amore” (“Fa pur on bell pagà chi voeur amor!”). La catena delle corrispondenze reciproche che si saldavano sulla terra agendo rettamente non faceva che preludere all’abbondanza dei “plausi eterni” promessi, nel regno dell’aldilà, a quanti l’armonia del cielo non si erano accontentati di desiderarla per la loro felicità futura, ma l’avevano presa a modello (“foeusgia”) per la loro azione già in questo mondo. Alla fine, si sarebbe trattato per loro solo di un ritorno all’origine a cui si erano tenuti sempre legati.

Si può oggi sorridere addentrandosi in questi per noi arditi accostamenti di sacro e profano, di amore umano messo a confronto con l’autorità che si impone e nello stesso tempo si rende desiderabile. Per Maggi e per gli uomini del suo tempo era, invece, ordinaria amministrazione: era il modo abituale di declinare la tensione etica della fede cristiana in un amore realistico per il bene di sé e dei propri fratelli uomini. In un componimento inviato al granduca di Toscana Cosimo III sempre Maggi ribadisce: “Ivi è saggio il regnare, ivi è beato, / ov’è la carità ragion di Stato”. Una sua parafrasi in dialetto del Padre Nostro riproduce la medesima attesa di poter fare della società umana un “regn d’amor, par tutt”.

Oggi, il dualismo severo della secolarizzazione ha infranto ogni margine di equivoco che poteva annidarsi dentro questo modo tradizionale di proiettare la perfezione dell’ordine divino e la catena dell’etica religiosa sull’ordine mondano della società puramente profana. Ma certo un’anima profonda di giusta aspirazione alla massima civilizzazione possibile dei rapporti sociali e del sistema delle obbligazioni politiche non si può non vedere pulsare sotto la coltre della retorica fin troppo ottimistica del discorso politico cristianizzato dei secoli scorsi.

Non c’è bisogno di avere la pur minima simpatia per l’ideologia preilluminista del “principe cristiano” o per la cultura del mondo barocco che l’applaudiva per arrivare ancora oggi a riconoscere: “Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è proprio dei fedeli laici. Come cittadini dello Stato, essi sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica. Non possono pertanto abdicare ‘alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune’. Missione dei fedeli laici è di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità. Anche se le espressioni specifiche della carità ecclesiale non possono mai confondersi con l’attività dello Stato, resta tuttavia vero che la carità deve animare l’intera esistenza dei fedeli laici e quindi anche la loro attività politica, vissuta come ‘carità sociale’” (Benedetto XVI, Deus charitas est).



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