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LETTURE/ Abelis ci spiega perché non sappiamo più donare noi stessi

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Si parla tanto di uguaglianza, ma non sono sicuro che uguale voglia dire allo stesso modo. Per quel che mi riguarda, tu sei un cavallo da corsa e ti tratterò sempre di conseguenza. Sarò severo, ma giusto. Ti guiderò senza mai spingerti. Non sono uno che esprime o articola molto bene i suoi sentimenti, ma d’ora in poi sappi questo: Ci siamo, ragazzo. Ci siamo. Sai che ti dico? Tu stai combattendo e puoi contare su di me fino all’ultimo uomo. Da qualche parte, lassù, c’è una stella con sopra il tuo nome. Forse non sarò capace di aiutarti a trovarla, ma le mie spalle sono forti e puoi salirci sopra mentre la cerchi. Hai capito? Per tutto il tempo che vuoi. Sali sulle mie spalle e allunga la mano, ragazzo. Allungala…». La sottotraccia di Abelis continua a ripetere lo stesso insegnamento: «Non rinunciare a vivere, ma vivi».

Sarebbe interessante mettere sotto la lente d’ingrandimento della metafora di Abelis il cuore dei grandi poeti, che, per la loro sensibilità sovraesposta, dovrebbero essere le sentinelle per antonomasia della bellezza e dell’amore. Ci sono carteggi passati alla storia per la profondità della loro ricognizione: quello di John Keats con la dolce Fanny Brawne (il loro drago fu la tisi che uccise lui) è un luminoso esempio tra mille.

Il grande e comunque mai abbastanza studiato Guido Gozzano (1883-1916) compendiava la sua esistenza irrisolta in questi versi splendidi e terribili: «Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state». E tutta la sua incendiata corrispondenza con Amalia Guglielmenetti (Guido Gozzano, Lettere d’amore, esauritissime, per fortuna si trovano facilmente in e-book) potrebbe declinarsi alla voce: «non sono riuscito ad amarti». Era uno sguardo lucidamente profetico dei nostri tempi. 

Sul versante opposto, si potrebbe richiamare invece la vicenda di C.S. Lewis (1898-1963), lo scrittore di successo, “imborghesito”, contento di sé, dalla vita costellata di liturgie, che fu “sconvolto” dall’amore incondizionato di Joy Davidman Gresham. Appena dopo la morte della sua sposa, Lewis scrisse Diario di un dolore, quel minuscolo libro in cui ogni frammento ha la portata sapienziale di Giobbe. Una testimonianza inarrivabile (con buona pace di Narnia e Berlicche) di come la parola dolore possa, ancora oggi, rimare con amore. Tra l’altro, è una delle altre scoperte dei cavalieri di Arileva che pur di ritornare uomini saranno pronti a rinunciare alla loro ferrea invulnerabilità. 



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