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LETTURE/ Venezianella e Studentaccio, il Marinetti che (quasi) nessuno conosce

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Ho posto il termine “scoperta” tra virgolette perché, come spesso accade in questi casi, l’esperienza decisiva non è quella della percezione immediata dell’oggetto, ma quella della sua valutazione appropriata e della lunga esplorazione che a essa necessariamente consegue. Gli studiosi non ignoravano che fra le carte marinettiane inedite conservate nella biblioteca dei libri rari e dei manoscritti dell’università di Yale si trovava una coppia di versioni dattiloscritte di un testo chiamato appunto Venezianella e Studentaccio; un testo però così crivellato da errori di trascrizione che la sua stessa natura e completezza non risultavano chiare. Tale testo sarebbe potuto restare ancora per decenni ben custodito, certo (le biblioteche americane non lasciano che le carte letterarie marciscano nella polvere), ma reso invisibile proprio da questo diligente inscatolamento: una curiosità archivistica cui fare riferimento ogni tanto, e da cui citare qualcuno dei passi meno incomprensibili.

Ma a un certo punto un dottorando (Amerigo Fabbri) e un docente piegano la testa su questo sbiadito dattiloscritto dai caratteri saltellanti, lo leggono pian piano − e “scoprono” l’evidenza, che (similmente a tutte le evidenze) è difficile, come si diceva,  da vedere attraverso il reticolo dei luoghi comuni e delle sistemazioni manualistiche: questo è un grande romanzo sperimentale, che sembra composto da uno scrittore nel pieno di una maturità vigorosa, non (come accade in realtà) da un uomo anziano e malato. Passano gli anni, passano i dottorandi; e a un certo punto, dopo varie visite e prudenti contatti, salta fuori da un archivio privato italiano il manoscritto originario − un fascio di fogli rilegati dentro un quadernone in pelle − vale a dire la fonte attendibile di quelle poco attendibili trascrizioni dattiloscritte conservate a Yale; comincia allora tutto un lavorìo di decifrazione e trascrizione che consente infine di ricostruire, una settantina d’anni dopo, il romanzo così come esso essenzialmente riflette la voluntas dell’autore (Filippo Tommaso Marinetti, Venezianella e Studentaccio, a cura di Patrizio Ceccagnoli e Paolo Valesio, introdotto da Paolo Valesio, Milano, Mondadori, 2013) A questo punto ci sarebbe molto da dire, nel solito e indispensabile contesto critico-filologico (analizzato, peraltro, nell’edizione citata): sulle fonti, il contesto sociale e letterario, lo stile ecc.

Ma qui si vuole cogliere l’occasione e la sfida di una sintesi: qual è veramente la posta in gioco − ovvero (ed è questa la domanda centrale, che ci trasporta dalla critica letteraria come tecnologia  alla critica in senso pienamente umanistico; la critica non solo della letteratura ma anche della vita): questo gioco “veneziano”, vale la candela? La risposta è “Sì” − nettamente e, oso dire (anche se viene da un diretto interessato), obiettivamente “Sì”. Fra i primi recensori, è stata una poetessa colei che ha avuto il coraggio di dire quello su cui i professori nella loro distaccata cautela spesso non amano sbilanciarsi, quando ha parlato di “una scrittura instancabile [...] alimentata da un’energia segreta, quella del genio, per una simmetria sorprendente fra città e romanzo”. Ma l’elemento essenziale dell’originalità di questo romanzo è l’empito e l’impeto verso la trascendenza. Un elemento a prima vista sorprendente, per un autore la cui immagine sembrava definitivamente consegnata a un certo discorso all’estremo, da poète maudit del modernismo; ma che in realtà era venuto maturando lungo tutto il corso dell’opera marinettiana. 



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