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LETTURE/ Venezianella e Studentaccio, il Marinetti che (quasi) nessuno conosce

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Marinetti è stato un profondo poeta della materia, ma non è mai stato un materialista nel senso radicale e filosofico del termine. Ciò che accade nelle composizioni dei suoi ultimi anni (fra le più importanti in tutta la sua opera) è in sostanza questo: la vena spirituale che sempre era scorsa attraverso i suoi scritti fin dagli inizi pre-futuristi − una spiritualità sauvage, sincretistica, tardoromantica e per così dire spietatamente estetica, ma in cui l’anelito alla trascendenza era autentico − qui viene incanalata e concentrata in un senso più chiaramente religioso. Venezianella e Studentaccio sono protesi verso una fede che non si identifichi più totalmente con la progettualità estetica e con il patriottismo. Il fatto poi che questi due affascinanti personaggi siano raffigurati realisticamente anche nelle loro debolezze e contraddizioni, li rende psicologicamente credibili nella loro ricerca del trascendente. 

L’ultima parola (una parola ritmata in corsa, in questo romanzo che rigorosamente rifiuta i segni di punteggiatura) spetta a Studentaccio, il quale a un certo punto della narrazione  “fa da cantastorie” ed esclama: “Poiché un giorno Venezia entrerà anch’essa in paradiso sia raffinata la sua bellezza e quando sarà perfetta santificata e non vi stupite se siamo noi futuristi a voler compiere il miracolo poiché soli detentori dell’avvenire”.



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