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LETTURE/ Il caso Benson: perché continuiamo ad essergli "debitori"?

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Richiedono altrettanta pazienza da parte di chi legge sia varie scelte traduttive, sia alcune sviste tipografiche (qualche che sia la loro fonte, “avita” o contemporanea). Qualche esempio? Non convince la traduzione del titolo (e non è cosa da poco), che, nella forma “riveduta e corretta” de Il Trionfo del Re, solo in apparenza si avvicina maggiormente all’originario The King’s Achievement: in realtà, rischia di comprometterne la sottile intenzione ironica, riferita al complesso dell’azione del sovrano scismatico e confermata dai titoli delle sezioni e delle sottosezioni del romanzo. Causano, inoltre, crescente irritazione “epidermica” durante la lettura numerose sviste tipografiche che si manifestano fin dalla data di pubblicazione dell’edizione inglese (1908, invece dell’effettivo 1905!) e già nella prime pagine del testo (in cui compare, ad esempio, il toponimo Beghan e non il corretto Begham). Non sarebbe stato agevole sottoporle ad una più accurata revisione editoriale?

Quisquilie da accademici, si dirà… No, cari lettori. Spero che concorderete con chi scrive che il genio (etimologicamente inteso come “potenza generatrice”) di Benson merita maggiore attenzione: la merita perché proposte editoriali (leggi: libri) più affidabili consentirebbero di valutarlo più adeguatamente, proprio perché “un libro si difende da solo”, come scrisse lo stesso Benson nella prefazione de La Religione dell’Uomo Semplice (1906). E la merita, con Benson, la letteratura tutta (quale che sia la sua matrice religiosa, ça va sans dire), perché se esiste un diritto alla lettura (ed esiste!), esistono anche doveri (e molti!) nei confronti di coloro e di ciò che leggiamo.

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