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MONTALE/ Annalisa Cima e quel "miracolo" capace di rompere la solitudine

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Pensando ad un uomo che si sente vicino alla meta, che percepisce incombente il destino ultimo, Montale scrisse allora la poesia La foce: «No non t’allontanare/ mio guerriero./ Lungo il percorso/ che conduce alla foce/ il vento furioso/ scuote i vecchi rami./ E a ogni soffio di gelo/ tremano i fogliami./ A volte, pavento nel silenzio/ che arrivi la mannara/ e tronchi ogni esitare./ Ma s’attenua il timore/ nell’attesa…/ che mi è più familiare». 

Con Annalisa Cima Montale parlava spesso anche della Mosca, Drusilla Tanzi, la moglie morta nel 1963. «Ormai usciva malvolentieri di casa: a lui, così incerto e tremante, mancava il braccio della Mosca». «Era davvero un peccato» che Annalisa non l’avesse conosciuta. Scrisse allora il poeta: «Se la mosca ti avesse vista/ anche una sola volta/ quanto amore ti avrebbe/ accordato. Non è facile/ per me dare se non/ per interposta persona,/ cosa direbbe la Gina/ se decidessi d’essere/ padre all’improvviso». Per esprimere il suo desiderio di essere padre di Annalisa, Montale «nomina la Mosca madre putativa». 

Siamo nel 1971, lo stesso anno in cui uscì la raccolta Satura. Le due sezioni Xenia I e II («doni votivi per l’ospite») sono dedicate proprio alla moglie Mosca. Ricorda Montale in Xenia II: «Dicono che la mia/ sia una poesia d’inappartenenza./ Ma s’era tua era di qualcuno:/ di te che non sei più forma, ma essenza./ Dicono che la poesia al suo culmine/ magnifica il Tutto in fuga,/ negano che la testuggine/ sia più veloce del fulmine./ Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi,/ che il vuoto è il pieno e il sereno è la più diffusa delle nubi./ Così meglio intendo il tuo lungo viaggio/ imprigionata tra le bende e i gessi./ Eppure non mi dà riposo/ sapere che in uno o in due noi siamo una cosa sola».

Montale confessò ad Annalisa: «Non appartengo ai paradisi artificiali di Palazzeschi, né agli inferni lussuriosi di Ungaretti; sono un uomo che ha vissuto al cinque per cento. Appartengo al limbo dei poeti asessuati e guardo al resto del mondo con paura». È «uomo del non-possesso, della fantasia resa realtà, è corso sino alla fine verso immagini che materializzava o, meglio, verso persone che smaterializzava».

Quanto possono aiutare queste parole a comprendere meglio il rapporto di Montale con le tante figure femminili che campeggiano nella sua poesia, come Gerti/Dora Markus, o Irma Brandeis chiamata anche con il nome Clizia, o ancora Arletta/Annetta. «Queste donne sono così diverse tra loro» dice Montale all’amica Annalisa nel 1977, «le ho colte nelle loro particolarità, un giudizio generale sarebbe impossibile. Alcune sono comparse, apparizioni. Clizia e la volpe sono messe in contrasto, una salvifica, […] l’altra terrena, … dantesche, dantesche». La donna, presente o più spesso assente (quindi rievocata nella memoria), è la possibilità del miracolo e di rompere la solitudine, è il «tu» privilegiato, l’interlocutrice con una valenza salvifica nell’insensatezza dell’esistenza. 



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